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Economia e Finanza

SCENARIO/ Fortis: la Germania tiene ancora "in ostaggio" l’Italia

Lo spread è sceso sotto i 300 punti base, tanto che la Bce ha elogiato il nostro Paese per il risultato ottenuto. MARCO FORTIS ci spiega però che non si può essere ancora tranquilli

Angela Merkel (Infophoto)Angela Merkel (Infophoto)

Lo spread tra Btp e Bund è sceso sotto i 300 punti base e punta verso i 280, con prospettive positive di scendere ancora. La Borsa è risalita e il suo indice di massimo riferimento, il Ftse Mib, punta verso i 17mila punti. Il bollettino della Banca centrale europea loda l’Italia e vede che, con le manovre del governo e la discesa dello spread, i fondamentali dell’economia italiana sono buoni. Forse li riscopre. Marco Fortis, economista e vicepresidente della Fondazione Edison, anche nei momenti più difficili della situazione italiana, qualche mese fa, sosteneva che i fondamentali della nostra economia erano a un buon livello. Oggi prende atto degli attestati che vengono anche dalla Bce.

Che ne dice Professore? Questo è il risultato delle manovre del Governo e delle stesse scelte della Bce?

Diciamo e prendiamo atto che l’Italia in questo periodo si è riguadagnata un po’ di “galloni”. Certamente, la Bce retta da Mario Draghi ha creato un contesto migliore e questo ha permesso alla stessa Italia di evidenziare i suoi fondamentali economici. In più c’è stata l’azione del Governo Monti.

Dove è stata più significativa?

Soprattutto nella riforma delle pensioni che, anche in prospettiva per il 2020, mette l’Italia in una situazione di sicurezza. Aggiungiamoci il recupero di credibilità internazionale. Possiamo valutare in tutti i modi la ragione di questa credibilità di Monti, sia che arrivi dalle sue conoscenze internazionali, sia dalla sua contiguità con alcuni ambienti, dalla sua carriera. Il fatto reale è che il Premier è un personaggio credibile all’estero e questo ha ridato al governo italiano, all’Italia una credibilità che era caduta.

Questo si è visto anche nell’ultimo incontro a Roma con Angela Merkel.

È vero. C’è un clima differente. Speriamo anche che, una volta passate le elezioni in Germania, ci sia una modifica sostanziale di quello che, ancora in questo momento, sembra una sorta di isolazionismo tedesco.

Alla luce di questi dati e di queste considerazioni lei è fiducioso?

Devo dire che non mi sento ancora tranquillo, perché ci sono troppi problemi strutturali nel contesto internazionale. In particolare quello della disoccupazione, specie giovanile. Se si considera il problema della crescita, che di fatto adesso è il più importante, ci si trova di fronte a un quadro asfittico. La stessa Germania, che può permettersi di fare altri debiti, ha una produzione industriale inferiore a quella del 2007. Ripeto, può continuare a fare debiti, gode di condizioni di finanziamento favorevoli, appare come il Paese più credibile per un’accorta politica di immagine. Ma siamo lontani dalle misure di una crescita e di una ripresa reale. Credo che, per qualche anno, crescite intorno al 3% non saranno più possibili, neppure per la Germania. Bisognerà accontentarsi di uno 0,5%. Se questa è crescita....

Negli Stati Uniti ci sono però alcuni segnali positivi.