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GEOFINANZA/ E ora la Grecia dichiara “guerra” a Italia e Spagna...

Pubblicazione:giovedì 22 marzo 2012

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Oggi abbandoniamo per un attimo l’iperuranio della finanza, dei derivati, dello shadow banking system e parliamo di economia reale e macro. Già, perché tra bonds, spread, cds, deficit e Pil, la prima grande vittima di questa crisi infinita appare proprio il lavoro. Le cifre parlano chiaro, a gennaio la disoccupazione è salita in tutt’Europa: il dato Eurostat segnala un tasso del 10,7% nell’Eurozona (era 10,6% in dicembre) e del 10,1% nell’Ue a 27 paesi (10% in dicembre). I disoccupati sono 24,325 milioni nell’Unione europea, di cui 16,925 nell’Eurozona. L’aumento rispetto a dicembre è stato di 191mila unità, di cui 185mila nei 17 paesi della moneta unica. I tassi di disoccupazione più elevati si confermano in Spagna (23,3%), Grecia (19,9%, ma il dato è di novembre), Irlanda e Portogallo (entrambe al 14,8%). I giovani disoccupati sono 5,5 milioni nell’Unione a 27 e 3,314 milioni nell’Eurozona, con tassi rispettivamente pari al 22,4% e al 21,6%; il fenomeno è particolarmente rilevante in Spagna, dove la metà (49,9%) degli under 25 è senza lavoro, Grecia (48,1% in novembre) e Slovacchia (36%), mentre il dato italiano è pari al 31,1%, contro il 9,2% generale.

Il problema è che, con tre paesi sotto il rigido controllo della troika e delle sue ricette draconiane, si applica il concetto più sbagliato in tempo di crisi: ovvero, trasformare l’abbattimento del debito da una maratona a una gara dei 100 metri, affossando la crescita. Detto fatto, ancora qualche dato dal Portogallo, ormai nostro sorvegliato speciale. A parte l’aumento del 20% delle morti nel mese di febbraio (non suicidi, quindi quasi certamente legati ai minori standard del servizio sanitario, massacrato dalla cura Ue-Bce-Fmi) sottolineato dal Guardian in un reportage, il deficit pubblico “core” del Portogallo è triplicato a gennaio-febbraio di quest’anno, con un calo delle entrate e un aumento della spese.

È la dimostrazione che Lisbona fatica a restare dentro i target previsti in cambio dei 78 miliardi di euro di aiuti internazionali: il deficit è salito a 799 milioni di euro dai 274 milioni dello stesso periodo del 2011. Insomma, la traiettoria è quella greca: la spesa pubblica è salita del 3,5% a 7,06 miliardi di euro, inclusi i trasferimenti alle compagnie statali, mentre le entrate sono scese del 4,3% a 6,26 miliardi di euro.

Che fare, quindi? Non curante della realtà, il Portogallo pare aver preso alla lettera le imposizioni di Ue-Bce-Fmi e per garantire nuove iniezioni di capitali e far fronte all’elevato debito pubblico (obiettivo non raggiungibile, come ci dicono questi numeri, ma l’importante è l’apparenza e garantire shopping a basso costo ai predoni stranieri), il governo ha annunciato la privatizzazione dei maggiori cantieri navali del Paese, quelli di Viana do Castelo, con gruppi russi e cinesi interessati all’acquisto già prima dell’estate. Il primo ministro, Passos Coelho, ha assicurato che sarà salvaguardato «il maggior numero possibile» dei 670 posti di lavoro dei cantieri navali, ma la storia insegna che quando si privatizza con l’acqua alla gola, non solo si rischia di accettare proposte al ribasso, ma anche di dover ingoiare ristrutturazioni capestro.


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