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IL CASO/ La vera “riforma” che può aiutare famiglie e imprese

Il valore della concorrenza, e dunque l’attuazione nel mercato reale, sta ancora faticando non poco a radicarsi in Italia. Il commento di RICCARDO GOTTI TEDESCHI e MICHELE CARPAGNANO

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Sono giorni particolarmente intensi per il Governo e il Parlamento, impegnati nei lavori di approvazione della riforma del lavoro e nella conversione del decreto liberalizzazioni (il D.L. 1/2012). Una fase di pregnante importanza come quella presente stimola ulteriormente una riflessione sul tema della concorrenza, un termine frequentemente ignorato da alcune parti, o abusato e talvolta assolutizzato come fine di ogni processo economico e non invece come mezzo da altre, un processo regolato a beneficio di imprese e di consumatori.

La sensazione è che oggi, a poco più di vent’anni dall’adozione della legge antitrust nazionale, il valore della concorrenza, e dunque l’attuazione nel mercato reale (e nella società) dei suoi processi tipici tendenti all’efficienza e al merito (inteso in senso lato), stia ancora faticando non poco a radicarsi in Italia, e che ci siano ancora molte resistenze e distorsioni da rimuovere.

Tuttavia, preso atto della “convalescenza” concorrenziale in cui il Paese versa, è bene fare chiarezza sulle patologie del nostro Paese che non hanno permesso di garantire un mercato realmente e totalmente aperto, davvero concorrenziale, una vera e propria workable competition. Sullo sfondo vi è la fondamentale questione della cultura della concorrenza come mezzo (su cui si è puntato poco o nulla in Italia negli ultimi vent’anni) e che invece, nel periodo storico-economico attuale, caratterizzato da grandi tensioni, va promossa a ogni livello nella società civile.

Ecco che la domanda resta, e richiede un approfondimento. Ne abbiamo discusso il 22 marzo in occasione di un convegno dal titolo “Lo stato della concorrenza in Italia, analisi e prospettive”, organizzato dal Centro Studi Tocqueville Acton e dall’Osservatorio Antitrust dell’Università di Trento, tenutosi a Roma nella Sala dei Certosini presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri alle Terme di Diocleziano. Sono intervenute personalità di primo piano come Antonio Pilati (già Componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato), e il Prof. Alfredo Macchiati, e non ha mancato di far pervenire il suo messaggio il Prof. Giulio Sapelli, impossibilitato a partecipare.

Se si potesse fare una considerazione di sintesi, è efficace la battuta sempre arguta e molto stimolante di Sapelli, che ha ricordato come le privatizzazioni degli anni Novanta furono un’occasione mancata. Senza le liberalizzazioni effettuate per tentare di risanare il debito pubblico, queste si sono trasformate di fatto in una sorta di deprivazione di una parte importante del patrimonio industriale sotto la sovradeterminazione dell’oligopolio finanziario internazionale e di “omofiliaci” gruppi di interessi nazionali. Per Sapelli, gran parte delle ragioni della mancata crescita endogena che oggi la crisi economica mondiale esalta risiede proprio nell’errata politica di privatizzazione di quegli anni.