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VIAGGIO MONTI/ Le "carte" di Amato e Dini tra i promemoria del Premier

Pubblicazione:martedì 27 marzo 2012

Mario Monti (Infophoto) Mario Monti (Infophoto)

Il Presidente del Consiglio Mario Monti è partito per un “road show” di una decina di giorni con l’obiettivo, meritorio, di contribuire ad attivare investimenti verso l’Italia da paesi dell’Estremo Oriente e dell’Asia Centrale i cui conti con l’estero sembrano essere strutturalmente in sovrappiù. È probabile che i suoi interlocutori gli chiederanno che fine hanno fatto le riforme e in particolare quel Piano nazionale di riforme (Pnr) la cui bozza era stata annunciata per metà marzo e che comunque dovrà essere consegnato all’Unione europea entro il 30 aprile. Il Cnel ha già predisposto un documento di osservazioni e proposte e sono in dirittura d’arrivo i contributi dell’Osservatorio per le strategie europee per la crescita e l’occupazione (Oseco).

È chiaro che il Pnr non si sarebbe potuto completare senza il capitolo sul riassetto del mercato del lavoro. È anche chiaro che sarebbe stato prudente attendere il completamento dell’iter parlamentare del decreto sulle liberalizzazioni soprannominato “Cresci-Italia”. Occorre, però, chiedersi se il disegno di legge sul mercato del lavoro non rischia di essere fortemente riduttivo (rispetto alle attese suscitate). È una domanda più che naturale dato che il “Cresci-Italia” è stato, in gran misura, ridimensionato. È così difficile fare le riforme essenziali a far decollare un Paese la cui crescita è da quindici anni rasoterra?

Un testo di culto della sinistra riformista - “Come fare passare le riforme” di Albert Hirschmann (scritto negli anni Sessanta ma pubblicato in italiano da Il Mulino nel 1990) - sostiene che le riforme necessitano di anni di vacche grasse, in quanto i riformatori devono disporre di risorse con cui compensare le categorie danneggiate (anche quando il danno altro non è che una perdita di privilegi). La bassa crescita economica dell’Italia e le severe restrizioni finanziarie che sono state addotte - si dice - sono stati ostacoli alle riforme proprio perché, nel mercato della politica, non c’erano strumenti per “comprarle”. Con la crisi finanziaria e una recessione che si sta aggravando siamo in una situazione analoga?

Non necessariamente. Già nel 1991, in un libro a quattro mani (G. Pennisi e G. Scanni, “Debito, crisi, sviluppo”, Marsilio) venne dimostrato che in numerosi paesi la crisi del debito estero dell’ultima fase degli anni Ottanta è stata la molla per riforme, spesso coraggiose, quasi sempre predisposte da anni; documentammo anche che tali riforme avevano successo se “socialmente compatibili”. Pochi mesi dopo, tra il settembre 1992 e il marzo 1993, a fronte di una crisi tale da comportare il deprezzamento del 30% della lira, il Governo Amato attuò un programma di riforme drastiche (previdenza, mercato del lavoro, pubblico impiego).


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