BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

VIAGGIO MONTI/ Le "carte" di Amato e Dini tra i promemoria del Premier

Il viaggio in Asia del Premier Monti ha l’obiettivo di cercare di attirare investimenti stranieri in Italia. GIUSEPPE PENNISI ci spiega perché si tratta di un compito complicato

Mario Monti (Infophoto)Mario Monti (Infophoto)

Il Presidente del Consiglio Mario Monti è partito per un “road show” di una decina di giorni con l’obiettivo, meritorio, di contribuire ad attivare investimenti verso l’Italia da paesi dell’Estremo Oriente e dell’Asia Centrale i cui conti con l’estero sembrano essere strutturalmente in sovrappiù. È probabile che i suoi interlocutori gli chiederanno che fine hanno fatto le riforme e in particolare quel Piano nazionale di riforme (Pnr) la cui bozza era stata annunciata per metà marzo e che comunque dovrà essere consegnato all’Unione europea entro il 30 aprile. Il Cnel ha già predisposto un documento di osservazioni e proposte e sono in dirittura d’arrivo i contributi dell’Osservatorio per le strategie europee per la crescita e l’occupazione (Oseco).

È chiaro che il Pnr non si sarebbe potuto completare senza il capitolo sul riassetto del mercato del lavoro. È anche chiaro che sarebbe stato prudente attendere il completamento dell’iter parlamentare del decreto sulle liberalizzazioni soprannominato “Cresci-Italia”. Occorre, però, chiedersi se il disegno di legge sul mercato del lavoro non rischia di essere fortemente riduttivo (rispetto alle attese suscitate). È una domanda più che naturale dato che il “Cresci-Italia” è stato, in gran misura, ridimensionato. È così difficile fare le riforme essenziali a far decollare un Paese la cui crescita è da quindici anni rasoterra?

Un testo di culto della sinistra riformista - “Come fare passare le riforme” di Albert Hirschmann (scritto negli anni Sessanta ma pubblicato in italiano da Il Mulino nel 1990) - sostiene che le riforme necessitano di anni di vacche grasse, in quanto i riformatori devono disporre di risorse con cui compensare le categorie danneggiate (anche quando il danno altro non è che una perdita di privilegi). La bassa crescita economica dell’Italia e le severe restrizioni finanziarie che sono state addotte - si dice - sono stati ostacoli alle riforme proprio perché, nel mercato della politica, non c’erano strumenti per “comprarle”. Con la crisi finanziaria e una recessione che si sta aggravando siamo in una situazione analoga?

Non necessariamente. Già nel 1991, in un libro a quattro mani (G. Pennisi e G. Scanni, “Debito, crisi, sviluppo”, Marsilio) venne dimostrato che in numerosi paesi la crisi del debito estero dell’ultima fase degli anni Ottanta è stata la molla per riforme, spesso coraggiose, quasi sempre predisposte da anni; documentammo anche che tali riforme avevano successo se “socialmente compatibili”. Pochi mesi dopo, tra il settembre 1992 e il marzo 1993, a fronte di una crisi tale da comportare il deprezzamento del 30% della lira, il Governo Amato attuò un programma di riforme drastiche (previdenza, mercato del lavoro, pubblico impiego).