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Vittadini: il welfare possibile

Pubblicazione:martedì 27 marzo 2012

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C’è una cosa che noi europei, a differenza dei Nord americani, sentiamo irrinunciabile in quanto essenziale alla nostra idea di civiltà: il welfare universalistico. Il valore di ogni singola persona, unica e irripetibile nella tradizione cristiana, oggetto ultimo di giustizia nelle tradizioni socialista e comunista, protagonista del progresso in una vera tradizione liberale, motiva il diritto per tutti, indipendentemente da classe sociale o reddito, di accedere a servizi sanitari, educativi, assistenziali di uguale qualità. Per molti decenni, nel secolo scorso, questa possibilità sembrava garantita dal cosiddetto welfare state: mediante la spesa pubblica finanziata dalla fiscalità generale, le istituzioni hanno assicurato questo diritto, pur con diversa efficacia territoriale e settoriale, insieme alla miriade di realtà di base, nate prima dell’unità d’Italia, o dopo, dal movimento cattolico, da quello operaio e dall’imprenditoria laica.
Oggi, l’elevato debito di molti Paesi, e italiano in particolare, rende necessario tagliare la spesa pubblica, cosa che gli Stati fanno anche diminuendo i trasferimenti agli enti locali, i quali stanno riducendo gli interventi in molti settori: assistenza, formazione professionale (che sarebbero strategici in un momento di crisi economica), cura delle malattie croniche (in forte aumento anche per la crescente speranza di vita), sport per tutti, tempo libero, cultura, verde e parchi.
Una certa letteratura, sostenuta dal vezzo di alcuni media, suggerisce che questa riduzione delle risorse pubbliche apra a un cambiamento: là dove c’era lo Stato subentrerà il mercato. Come se, dopo la recente crisi finanziaria ci si possa ancora illudere che le dinamiche del mercato siano in grado di per sé di portare - attraverso la magia di una “mano invisibile” – un maggior benessere per tutti. Ciò vale a maggior ragione nel caso di beni e servizi di welfare che per lo più non possono assicurare un ritorno adeguato per un privato a fini di lucro che deve remunerare l’azionista con l’utile che ricava. Quale ritorno può esserci nella gestione di nidi, asili, scuole libere, doposcuola, polisportive, oasi naturali, interventi di housing sociale destinati a non abbienti? A maggior ragione dopo anni di liberalizzazioni che hanno creato oligopoli in servizi di pubblica utilità quali gas, energia, trasporti, è ragionevole chiedersi se l’alternativa a un pubblico inefficiente e senza soldi sia sempre e solo un privato a fini di lucro.
La verità è che questa crisi duale e contemporanea di finanziarizzazione e statalismo mette in luce il ruolo, da riscoprire nella sua attualità, di realtà come cooperative di produzione e consumo, enti assistenziali e sanitari, realtà di formazione per ragazzi difficili, centri culturali, mutue, banche popolari, casse rurali, casse di risparmio, attività ricreative, case a basso prezzo.


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