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LA CINA SI COMPRA L'ITALIA (?)/ L’esperto: i soldi cinesi ci farebbero comodo, ma l’Italia non è pronta

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INVESTIMENTI DELLA CINA IN ITALIA: CHI CI GUADAGNA? La Cina è vicina. Troppo. Ci sta praticamene col fiato sul collo. Ai più sarà corso un brivido lungo la schiena alla notizia del premier cinese Hu Jintao che, rivolgendosi a Mario Monti, aveva promesso (minacciato?): «Suggerirò a tutte le autorità e alla business community cinesi di investire in Italia». Il che tradotto, significa: fondi sovrani, grandi banche e grandi aziende. Ebbene: che il gigante asiatico si pappi in un sol boccone il nostro debito pubblico, le nostre imprese, banche e assicurazioni, non è suggestione rassicurante. O forse, non è così? Stefano Morri, esperto di diritto tributario, spiega a ilSussidiario.net che non solo non c’è nulla de temere ma che, l’”avanzata” cinese è, anzi, auspicabile. Cerchiamo, anzitutto, di capire come interpretare le parole del premier cinese: «significano tanto; l’economia cinese è fortemente dirigistica e le scelte d’investimento vengono prese sulla base di decisioni strategiche guidate dalla politica. Se a queste affermazioni seguiranno dei fatti, considerando la capacità finanziaria non solo dei fondi d’investimento, ma anche delle banche e delle aziende cinesi – anch’esse guidate dallo Stato – la portata delle conseguenze potrebbe essere enorme».  

In concreto, le mire cinesi potrebbero assumere svariate pieghe. Resta da capire come. «Di norma – afferma – i cinesi operano attraverso agenzie, grandi banche o istituzioni finanziarie che guidano gli investimenti esteri». Ma c’è un fattore che non è stato contemplato: allo stato attuale, l’Italia non è sufficientemente in grado di recepire gli eventuali investimenti. «Dovrebbe esserci un sistema-Italia adeguato, in grado di aprire agenzie proprie analoghe a quelle cinesi, o di essere, in ogni caso, in grado di interloquire con esse proponendo attivamente gli oggetti di investimenti. E’ richiesta, quindi, un’azione concertata tra pubblico e privato per coordinare le energie e le risorse di alcune grandi realtà italiane, siano esse istituzioni, aziende private o banche». Un bel problema: «siamo privi, da anni, di una politica industriale all’altezza, del tutto sconnessa dall’economia reale». Per questo, «l’intervento cinese potrebbe essere un modo per limitare i danni. Una reale apertura nei nostri confronti, potrebbe comportare investimenti di ogni genere. Si parlerebbe, presumibilmente, di miliardi e miliardi di dollari».

Non è ancora chiaro come potrebbero essere investiti: «Nel nostro debito pubblico - afferma Morri -, nelle nostre imprese, o nelle nostre infrastrutture». Ad occhio, i vantaggi sarebbero enormi: «In generale, trovare qualcuno che faccia credito, è sempre un bene. Tanto più che le aziende italiane stanno soccombendo sotto gli effetti della mancanza di liquidità. Si rafforzerebbero, inoltre, le relazioni internazionali, aumenterebbero la bilateralità e gli interscambi». 



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