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FINANZA/ Tra l'Italia e la crescita “ballano” 400 miliardi

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Mario Monti (Infophoto)  Mario Monti (Infophoto)

Ci sono modelli sociali differenti nel mondo. Il modello scandinavo, ad esempio, ha una tassazione sulle persone che è superiore a quello italiano (in cambio tuttavia di un welfare di altissima qualità), ma è inferiore di almeno 15 punti rispetto all’Italia sulla tassazione delle imprese e dei produttori di ricchezza in genere. Nel Bel Paese c’è un gusto quasi “perverso” di tassare i produttori di ricchezza. Sui bilanci delle imprese gravano tre voci: il prezzo dell’energia, l’aliquota societaria (Ires e Irap), le tasse sul lavoro. Sono tutte voci di tassazione eccesiva. Di fronte a questo, c’è un apparato burocratico e amministrativo “mostruoso”, in percentuale il più grande e costoso del mondo, che pare divertirsi nella foresta delle leggi, delle disposizioni, delle circolari, per impedirti di svolgere una funzione imprenditoriale normale. Luciano Violante offre un’immagine splendida di questa foresta: “Una Repubblica giuridificata”.

La pressione fiscale sulle imprese e sui produttori di ricchezza in Italia ha fatto in modo che la secolare “questione meridionale” si trasformasse in “questione settentrionale”, quando si è notato che dagli anni Novanta il reddito pro-capite del Nord ha cominciato a crescere meno del reddito pro- capite del Sud. Tutta la prosopopea e la retorica della Lega Nord (e la stessa Lega) nascono da questa semplice constatazione, fatta di numeri e percentuali.

È giusto combattere l’evasione fiscale, ma non si riesce a comprendere perché il dottor Attilio Befera ed Equitalia si accaniscano su scontrini e bilanci aziendali di una zona d’Italia che ha un’evasione media del 19% (al Nord, in Lombardia è del 12%), mentre sembrano trascurare una zona come il Sud, dove l’evasione sfiora il 55%, o lo stesso Centro Italia, che raggiunge il 27%. Se Tommaso Padoa Schioppa sosteneva che “È bello pagare le tasse”, l’attuale governo si è impegnato in una politica anti-evasione a botte di spot, non comprendendo forse che l’evasione ha certamente una “madre” nella diseducazione acivile e asociale (oltre che nella criminalità organizzata), ma anche un “padre” in uno Stato onnivoro, miope e strabico.

La pressione fiscale sui produttori di ricchezza è tale che le aziende non dislocano nemmeno più in Transilvania, ma addirittura nella ricca Svizzera, che ha già abbassato la pressione fiscale sulle imprese. Così come ha fatto la Germania, per lungo tempo la “malata d’Europa”, che ha cominciato a crescere quando ha ridotto le imposte sulle imprese. Anche la Germania, tanto decantata ci è arrivata, magari tardi, perché come dice il professor Francesco Forte, “i tedeschi hanno il pregio di comprendere quello che succede con un anno di ritardo”. Eppure di fronte a questa evidenza della ipertassazione dei produttori di ricchezza in Italia, continuano le prediche (persino la Chiesa ha bollato l’evasione come peccato) sul dovere di pagare le tasse e su una serie di discorsi quasi marginali rispetto al problema reale.

In questi quattro mesi si è parlato e riparlato di tutto. Ci si divide come “cavalieri medioevali” sulla rilettura dell’articolo 18, si è discusso di semplificazioni al Ducotone e di liberalizzazioni al Tintal, esattamente vent’anni dopo aver fatto il “buco nero” delle privatizzazioni senza liberalizzazioni, che hanno tolto al Paese persino dei centri di ricerca e produzione strategici, premiando alcuni beneamati e costituendo alcuni monopoli privati. Si parla con insistenza (anzi, se ne è fatta un’industria editoriale) del costo e delle malefatte della “casta” che, alla fine, se ridotta all’osso, ci farebbe recuperare uno 0,2% rispetto al fabbisogno. Ma non si dice una parola su un patrimonio pubblico immobiliare di 1800 miliardi di euro, di cui quasi 400 disponibili subito, che se collocato con buon senso sul mercato abbatterebbe lo stock del debito italiano almeno al di sotto del 100% del Pil.


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