BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

QUALCOSA DI SINISTRA/ Tra Italia e Usa spuntano le “balle” di Marchionne

Recentemente l’Amministratore delegato di Fiat-Chrysler ha rilasciato alcune dichiarazioni sul futuro degli impianti produttivi italiani. Le commenta SERGIO LUCIANO

Sergio Marchionne (Imagoeconomica)Sergio Marchionne (Imagoeconomica)

Chi è stato Amministratore delegato della Fiat, sia pure per cento giorni finiti male, il veleno dal dente non se lo toglie più: anche per questo, probabilmente, Carlo De Benedetti ha scolpito il suo epitaffio sulla “cura Marchionne” alla crisi della Fiat in Italia, con il sarcasmo dell’outsider perenne che l’Ingegnere ha scelto di essere, dicendo: “Quando sento dichiarare che torna in Italia se l’Italia gli fa fare le automobili, io vorrei sapere cosa fa lui per fare le automobili che si vendono”. E la staffilata capita proprio nel giorno in cui il mercato europeo dell’auto piomba ai livelli minimi da ventotto anni (28!) e la quota delle marche Fiat si riduce ulteriormente, addirittura al 28% in Italia.

Più passano i giorni e più l’intervista con cui il capo del gruppo automobilistico ha annunciato di puntare sulle esportazioni dall’Italia agli Usa come unica condizione per poter mantenere attivi tutti gli stabilimenti italiani Fiat appare come un preannuncio di chiusura per due di essi: probabilmente non Mirafiori e Pomigliano, dove recentemente Marchionne ha conseguito il risultato dell’accordo sindacale senza Fiom-Cgil per la massima flessibilità; non Atessa, dove si producono in partnership internazionale soprattutto veicoli commerciali; ma se il mercato non tira e i modelli non piacciono, l’aria diventa cattiva per Melfi e per Cassino, fabbrica iper-robotizzata ma povera di modelli di successo.

Perché questa è sicuramente una parte di verità: Marchionne ha salvato la Fiat da un fallimento sicuro, tra il 2004 e il 2007, intervenendo a cuore aperto su un’azienda schiacciata da costi inutili e da una situazione finanziaria insostenibile. Poi però ha ritenuto di non poter o di non dovere puntare sul rinnovo profondo della gamma di prodotti e ha lasciato che in un mercato complessivamente fiacco le quote migrassero lentamente a favore dei concorrenti, soprattutto tedeschi.

La sua attenzione si è spostata invece su due fronti: uno sacrosanto, dove ha ottenuto un altro successo straordinario, cioè l’espansione internazionale, con l’acquisizione di una Chrysler anch’essa semifallita, la sua ristrutturazione, il risanamento e un accrescimento del valore per il gruppo torinese nell’ordine di almeno 10 miliardi di dollari; l’altro fronte, quello nazionale, ossessivamente concentrato in uno scontro con la Fiom-Cgil sulle regole della flessibilità in deroga al contratto nazionale di categoria che si è via via radicalizzato, conducendo alla clamorosa uscita della Fiat dalla Confindustria. Secondo Marchionne, infatti, la permanenza del gruppo tra le imprese rappresentate dalla confederazione la obbligava a rispettare il contratto nazionale che a suo avviso è incompatibile con le esigenze della competitività.