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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. Vittadini: giù le mani dai "tesori" d’Italia

Le Fondazioni bancarie tornano sotto attacco. È un’offensiva composita, nella quale si scorgono tutte le tensioni di una crisi finanziaria distruttiva. L’analisi di GIORGIO VITTADINI

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Da quando le Fondazioni di origine bancaria sono nate - più di vent’anni fa - è possibile leggere molta della storia politico-economica del Paese attraverso le loro vicende. Per questo non sorprende affatto che anche in queste settimane siano tornate al centro di polemiche e attacchi: il cannone dei nemici delle Fondazioni - finora regolarmente perdenti - è sempre carico e risuona puntualmente nelle fasi critiche della vita repubblicana.

Negli anni 80, l’uscita dagli shock petroliferi, la modernizzazione dell’impresa e della società italiana, l’accelerazione dell’integrazione europea sollecitarono la privatizzazione e la crescita del sistema bancario. Si misero al lavoro alcune delle migliori intelligenze di allora: Carlo Azeglio Ciampi, Beniamino Andreatta, Guido Carli, Giuliano Amato. Ne uscì una riforma che consentì a molte grandi banche italiane (come la Cariplo, la Crt o il San Paolo di Torino) di uniformarsi al modello di società per azioni, preparandosi alla competizione sul mercato e alle aggregazioni.

A monte, venne salvaguardata la “proprietà civile” di quelle banche, il cui patrimonio si era accumulato in alcuni casi nell’arco di secoli: da prima che nascesse lo Stato unitario. Il modello-Fondazione, d’altronde, guardava alle migliori esperienze internazionali nel campo del no-profit. Già nella concezione originaria, le Fondazioni non erano e non dovevano essere, dunque, holding di partecipazioni bancarie, ma soggetti della sussidiarietà, di una riforma stessa dello Stato, della rappresentanza politica, del welfare, di un modo diverso di intendere l’economico e il sociale.

Visto in prospettiva, non sorprende che lo “start-up” delle Fondazioni sia coinciso con il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica. E già prima dell’avvio dell’euro le prime fusioni (Banca Intesa, Unicredit) indicavano risposte forti: resistenti alle prime pressione forti dei mercati finanziari, che avrebbero gradito per le banche pubbliche italiane vendite all’incanto e lo stesso destino di Telecom. Oppure fusioni dirette dall’alto, da Tesoro e Bankitalia, come suggeriva perentoriamente il Centro studi “La Malfa”, vicino a Mediobanca.


COMMENTI
06/03/2012 - Cure peggiori del male (Mariano Belli)

ma magari fossimo già in convalescenza economica, purtroppo invece ci hanno dato da fare la chemio, e chi vuol capire capisca....

 
06/03/2012 - cura di sè (francesco taddei)

avere un occhi di riguardo per i propri "gioielli" non è provincialismo, ma deve essere da stimolo per una programmazione sia del territorio che nazionale. ben vengano fondazioni e cassa depositi e prestiti. e chi vive nell' illinois ci resti.