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GEOFINANZA/ L'Italia e quel modello anti-crisi che parla svedese

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Tra il ‘91 e il ‘97, la Svezia ha speso almeno l’1% annuo del Pil in educazione, con un picco del 2% nel ‘97 (sono sempre dati Ocse). Tra questi capitoli di spesa, prestiti agevolati e borse di studio a studenti e dottorandi hanno giocato un ruolo importante (nel 2009, 2.8 miliardi di euro) e hanno prodotto risultati già nell’arco di due generazioni: nella fascia di popolazione tra i 25 e i 29 anni, in Svezia ci sono oggi più di 700 dottori di ricerca ogni 100mila abitanti, una delle più alte densità al mondo.

I riflessi sul mondo dell’impresa si rilevano sfogliando il registro europeo dei brevetti: nel 1990 in Svezia si registravano 40 brevetti ogni milione d’abitanti. Dieci anni dopo, i brevetti erano diventati 107. Come metro di paragone, in Italia nel 1989 si registravano 65 brevetti ogni milione d’abitanti, oggi 12.

Questa serie di elementi può già condurci a due conclusioni. La prima è che, per quanto le circostanze possano mutare e farsi avverse, l’educazione si dimostra il più solido caposaldo su cui costruire il futuro delle persone e di un Paese. Nello specifico del lavoro, anche quando le imprese entrano in crisi, il percorso professionale di imprenditori, impiegati, dirigenti e artigiani non deve arrestarsi e può continuare assumendo rischi che, complice la crisi, vale la pena correre: per esempio, cercando nuove soluzioni a problemi vecchi e nuovi (con più produttività e brevetti).

La seconda conclusione è che rigore e disciplina sono efficaci quando sono al servizio di un progetto educativo, quando, cioè, impongono sacrifici per trasferire risorse a chi, apprendendo, può condurci fuori dal guado della crisi. Nel caso svedese, al sostegno del debito pubblico è seguito un periodo di tagli e austerità che ha permesso di liberare risorse da lasciare in impresa (autofinanziamento) o trasferire a ricerca e formazione.

In questo, lo Stato è sceso in campo solo per assicurare alle persone una copertura ai rischi più importanti e di lunga durata (cambi di carriera, dottorati di ricerca), ossia quelle mosse che non potevano essere lasciate in toto all’iniziativa dei singoli e delle imprese.

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COMMENTI
06/03/2012 - diversità di cultura (francesco taddei)

bisogna mettersi d'accordo sul concetto di "investimenti in educazione". per investire occorre selezionare in base al merito, non redistribuire per aumentare le tessere(saremo capaci noi italiani di sconfessare pratiche cinquantennali?).