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FINANZA/ Spread Btp-Bund in calo. L'esperto: e ora chi ci salva dalla recessione?

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SPREAD BTP-BUND SOTTO I 300 PUNTI BASE È qualcosa di più di un semplice pallino: un mantra, la sua ragione sociale, un principio escatologico. Tutto. Oggi, Mario Monti, parlando delle forze politiche, non è riuscito a farlo se non in termini di spread. Auspicando che quello tra i partiti non si allarghi. È anche vero che oggi il differenziale tra i nostri Btp decennali e gli omologhi Bund tedeschi ha segnato un minimo storico, scendendo sotto i 300 punti base. Era, del resto, l’obiettivo preminente che aveva legittimato l’insediamento di Monti a capo del governo. Tuttavia, l’episodio non è accompagnato dalle notizie che ci attendevamo. La benzina, infatti, sfiora il record di due euro al litro, il Pil è in calo, l’occupazione a livelli record, mentre il governo ha fatto sapere che, dal primo ottobre, l’Iva aumenterà di altri due punti. Perché? Lo spiega a ilSussidiario.net Gaetano Troina, professore di Economia aziendale presso l’Università di Roma Tre. «Il problema fondamentale è che siamo in recessione. Siamo entrati in crisi molto prima degli altri e adesso, pur avendo preso opportuni provvedimenti, la produzione interna continua a essere ferma. Non c’è, infatti, domanda». La recessione, del resto, ha la peculiarità di instillare la paura nei consumatori. «Il cittadino cerca di risparmiare sempre di più, consumando sempre di meno, mentre le aziende chiudono e i livelli occupazionali diminuiscono. Si tratta degli effetti perversi della recessione».

Eppure si pensava che una volta abbassato lo spread i mercati avrebbero ripreso fiducia nell’Italia e i cittadini nei mercati. «Occorre distinguere tra l’economia finanziaria, dove il denaro produce denaro, e quelle reale. Ebbene: lo spread, attualmente, è legato prevalentemente al primo tipo. Abbassarlo, al limite, ci ha impedito di cadere nel baratro sul ciglio del quale ci trovavamo». Per uscire dalla recessione e dalla crisi non c’è che una soluzione: «Occorre, anzitutto, sanare l’emergenza occupazionale. Creando nuovi posti di lavoro. In tal senso, i macroeconomisti farebbero meglio a fare il proprio mestiere, invece che i finanzieri. Inventandosi, quindi, sistemi che diano risalto all’urgenza, ideando leve, meccanismi e strumenti fiscali appositi per consentire alle imprese di assumere».

A partire dalla considerazione del paradosso che vive l’Italia: «Siamo tra i paesi dove i salari erogati sono più bassi e, contestualmente, dove il costo del lavoro è tra i più elevati». Fatto questo, occorrerà valutare attentamente la peculiarità del sistema italiano: «Dobbiamo tornare a valorizzare ciò che maggiormente connota il nostro Paese, le piccole medie imprese. Tenendo presente, anzitutto, che è necessario valorizzare la vocazione imprenditoriale specifica di ogni territorio. Non è pensabile, ad esempio, portare la grande industria al Sud dove, invece, va valorizzato il turismo».


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