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SOCIAL CARD/ L'esperto: ok l'allargamento agli stranieri, ma si rischia un grave errore

Pubblicazione:venerdì 9 marzo 2012

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SOCIAL CARD ANCHE AI CITTADINI COMUNITARI UE «I dati rilevanti riguardo l’introduzione di questa nuova Social Card sono principalmente due: il ruolo dei Comuni, che appare fortemente rinforzato e centrale nell'intero processo, e l'allargamento della platea dei beneficiari ai cittadini stranieri». Luca Pesenti, docente di programmazione del welfare locale all’Università Cattolica di Milano, commenta in questa intervista per IlSussidiario.net le novità riguardanti la cosiddetta Social Card, nata nel 2008 per aiutare le famiglie in difficoltà e fino a oggi riservata solamente ai cittadini italiani. D’ora in avanti, invece, per usufruire della carta basterà possedere un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo ed essere cittadino della comunità europea.

Il progetto di sperimentazione della nuova social card andrà a interessare i cittadini dei Comuni con più di 250 mila abitanti. Lo Stato verserà 80 euro ogni due mesi e la Social Card funzionerà come una qualsiasi carta di pagamento elettronica. I dubbi sono però ancora tanti: «Il ruolo dei Comuni - ci spiega Luca Pesenti - sembrerebbe andare a discapito del ruolo che, secondo la formulazione originaria voluta dall'allora ministro Sacconi, avrebbero dovuto avere le realtà del terzo settore. I Comuni saranno i veri attori di questa sperimentazione, mentre non è stato detto nulla riguardo gli attori del terzo settore. Sembra quindi quasi un arretramento rispetto all'idea originaria: il terzo settore rischia di essere pensato al più come soggetto operativo sottoposto al controllo e alla gestione dei Comuni, ribaltando la logica della sussidiarietà. Al contrario, la prima stesura del progetto di "Nuova carta acquisti" prevedeva che tanto l'identificazione dei beneficiari quanto la gestione della carta sarebbero state integralmente consegnate proprio al terzo settore. Spero comunque che le norme attuative riescano almeno parzialmente a correggere questo rischio. Il problema, a mio avviso, è legato al fatto che soltanto le opere di carità sono in grado di intercettare il bisogno nella sua interezza, riuscendo anche a creare relazioni con persone non individuabili secondo criteri amministrativi: penso, ad esempio, ai senza fissa dimora, che rappresentano una fetta importante del target di queste opere».


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