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LETTERA/ Caro Credit, le banche hanno "tradito" famiglie e imprese

Gianni Credit ha difeso le banche italiane da quello che ritiene un ingiusto attacco. DARIO CHIESA risponde che anche le banche hanno commesso errori e dovrebbero recitare un mea culpa

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Caro Gianni,

onorato dalla tua attenzione alle mie osservazioni, ho riflettuto un po’ prima di risponderti, ben conscio che la mia risposta non sarà quella di un esperto, ma molto più casalinga, se non addirittura “ruspante”. Per dare un minimo di rigore al mio esposto, procederò per punti.

 

Le banche italiane sono vittime e hanno fatto meglio delle altre

Parto dalla tua ultima frase: “Non diamo in pasto una seconda volta le banche italiane al 'falò' globalista.” Ho l’impressione che sia proprio quanto stanno facendo i nostri banchieri, che è difficile vedere come vittime, anche a prescindere da bonus ed emolumenti vari. Il fatto, poi, che le nostre banche abbiano fatto meglio di quelle estere non credo impedisca di rilevare gli errori che si ritiene abbiano commesso.

Se il nostro sistema bancario è in una situazione migliore non penso sia principalmente per merito dei nostri banchieri, quanto per la particolare cultura economica del nostro Paese. Gran parte degli italiani ha preso dimestichezza con le banche solo in tempi relativamente recenti, in buona parte per imposizioni esterne, imprese o Stato. Per decenni, gli italiani hanno investito prudentemente i loro risparmi in titoli di Stato, nei libretti e buoni postali e, se ricorrevano alla banca, nei libretti di deposito bancario, essendo il conto corrente uno strumento “avanzato”.

Stipendi e salari venivano consegnati nella mitica “busta paga” (espressione probabilmente misteriosa per i più giovani), cioè in banconote contenute in una busta. L’accredito in conto corrente era usuale quasi solo nelle multinazionali o nelle grandi imprese internazionalizzate. Altrettanto ritardata è stata la diffusione di carte di credito e del credito al consumo, nonostante gli sforzi delle banche.

Questo passato continua, a mio parere, a riflettersi nell’atteggiamento degli italiani e ha impedito alle nostre banche, almeno in parte e forse loro malgrado, i comportamenti deprecabili che tu giustamente denunci.

 

Banche e sentimento popolare

L’età mi consente di ricordare gli anni del dopoguerra, quando le banche erano oggetti più o meno misteriosi per la maggior parte degli italiani: per indicare uno ricco si diceva “ha il conto in banca”, non serviva specificarne l’entità, il solo fatto di averlo significava ricchezza.      

Per la maggior parte della gente, la ripresa della propria economia familiare non fu accompagnata dalle banche, ma consentita dall’atteggiamento di una categoria ora entrata nel novero delle deprecabili: i commercianti. Furono il credito concesso dalla bottega sotto casa e la parsimonia dei consumi delle famiglie a permettere il progressivo accumulo di ricchezza e l’uscita dai quei difficilissimi anni. Anni in cui si vendeva tutto a peso, spesso solo per il fabbisogno giornaliero, usando carte diverse per i vari prodotti alimentari (tuttora un particolare azzurro viene definito “carta da zucchero”), conservate religiosamente per essere riutilizzate. Perfino le sigarette venivano comprate quattro o cinque alla volta.


COMMENTI
22/04/2012 - Banche traditrici (senza virgolette) (Giuseppe Crippa)

A supporto delle conclusioni di Dario Chiesa, che condivido ampiamente, vorrei citare un esempio ancor più recente di quello relativo al Gruppo FIAT: l’indebitamento che il sistema bancario ha in questo momento in essere verso un solo cliente, il gruppo assicurativo Fondiaria SAI (FonSai) di Salvatore Ligresti, che ammonta a 2,1 miliardi di euro. Come sia stato possibile che le banche abbiano prestato più di due miliardi ad un gruppo che dispone di un capitale nominale di molto meno della metà invece di sostenere 20.000 aziende con prestiti per 100.000 Euro ciascuna o 200.000 famiglie in difficoltà con 10.000 Euro ciascuna potrebbe spiegarcelo Lei, caro Credit, in un prossimo articolo?