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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ Quei conti che fanno tremare l’Europa

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Se vi ricordate, nell’articolo di venerdì scorso ho trattato il tema di chi comanda davvero in Germania, se la Bundesbank o il governo. Penso sia interessante e doveroso approfondire, anche alla luce di questi ultimi dati e avvenimenti, visto che a mio avviso da qui all’arrivo dell’estate gli squilibri su cui si regge il sistema delle banche centrali diverrà il vero motivo di discussione rispetto alla tenuta stessa dell’eurozona.

Come ben sapete non sono mai stato tenero con la Germania e la sua scelta in seno all’Ue, ma, oggi, occorre capire cosa sta dietro l’oltranzismo di Berlino e in particolare della Bundesbank - più che della Merkel o di Schauble - nei confronti della politica operata dalla Bce, prima di giudicare e condannare o, peggio, invocare soluzioni populistiche ma non percorribili, a meno di volersi far massacrare dai mercati in tre giorni. Facciamo due conti, partendo dai dati contenuti nel Report mensile della Bundesbank, esattamente alla Sezione IX External Sector, tabella 9 “External position of the Bundesbank in the European Monetary Union”, colonna 7 “Claims within the Eurosystem”, ovvero i crediti che la Bundesbank vanta verso l’eurozona. Nel 2007 erano 84 miliardi di euro, nel 2008 sono saliti a 129 miliardi di euro, nel 2009 erano diventati 190 miliardi di euro, nel 2010 qualcosa come 338 miliardi di euro e nel 2011 addirittura 476 miliardi di euro.

Insomma, crediti enormi, di fatto rappresentati dall’impegno economico della Bundesbank nel sistema Target2 a fronte di soli 119 miliardi di euro di impegno economico della Germania nel fondo Efsf o dei 190 miliardi sui 500 del nuovo fondo Esm. Il bilancio di Target2, da solo, pesa come tutta la disponibilità finanziaria dell’Esm stesso e vede quella cifra provenire da un’unica fonte, la Bundesbank e un’unica nazione, la Germania. In parole povere, il credito Target2 di una nazione è di fatto una liability della Bce, non una liability di una delle varie banche centrali che ne fanno parte: di fatto, quindi, se l’euro sopravvive, non ci sono rischi di incorrere in perdite, sono crediti esigibili in ogni momento su ripartizione.

C’è però un grande “se” che è legato al fatto stesso che l’esplosione del bilancio di Target2 sia dovuta all’ampio surplus commerciale tedesco, alla non volontà delle banche tedesche di prestare a banche di altri paesi europei (voi lo fareste?) e alla sempre crescente “corsa verso la qualità”, ovvero il fatto che sempre più europei, privati e aziende, fanno la fila per spostare e depositare i loro soldi nelle banche tedesche (chissà come mai?). Non a caso, ieri la corsa ai Bund tedeschi ha spinto al ribasso il rendimento del titolo quinquennale che ha toccato il minimo storico dello 0,616%, un livello mai raggiunto dalla nascita dell’euro.

La questione chiave, quindi, il grande “se”, è il seguente: quanto un cittadino tedesco può sentirsi tranquillo nello scambiare assets di qualità della Bundesbank, vedi Bund appunto, per crediti della Bce sapendo che quest’ultima sta sempre più abbassando il livello del collaterale che accetta per fornire liquidità? Tanto più che la stessa Bundesbank sta cominciando a esaurire gli assets di alta qualità. Che fare, poi? Cosa utilizzare? Le riserve auree? Saranno d’accordo i cittadini tedeschi a vendere l’oro per crediti alla Bce? Tanto più che la Bundesbank ha oro per il corrispettivo di 139 miliardi di euro, una cifra che con l’attuale stato di crescita del bilancio de Target2, servirebbe a guadagnare solo nove mesi, visto che da dicembre 2010 a novembre 2011 la voce nel bilancio della Bundesbank “Net claims within the eurosystem” è cresciuta di 170 miliardi di euro.

È quindi solo una questione di tempo: la qualità del collaterale continuerà a peggiorare, tramutando la situazione in un qualcosa di insostenibile e la Bce in un gigante sotto-capitalizzato e con stato patrimoniale composto al 60-70% da carta igienica. Anche perché, a fronte di una situazione simile, cosa hanno deciso i politici europei, anche tedeschi? Il Fiscal Compact, ovvero - in soldoni - limiti al deficit strutturale allo 0,5% del Pil, deficit ciclici al 3% del Pil, debito pubblico al 60% massimo del Pil, sanzioni automatiche in caso di infrazione e revisione ex ante delle offerte di bonds. Qualcosa di stravolgente? No, visto che i primi tre punti erano già contenuti nel Patto per la stabilità e la crescita del 1997, di fatto preso sul serio da nessuno. Inoltre, attualmente solo l’Estonia vanta un surplus fiscale, mentre 13 su 17 Paesi dell’eurozona sono fuori dalle regole, Germania compresa. Le sanzioni? Inutili, visto che servono due voti al Consiglio europeo con maggioranza di 2/3 per vararle e qualsiasi Stato ha diritto a fare appello alla Corte europea di giustizia, mandando la vicenda alle calende greche e quindi eliminando il concetto stesso di automaticità.