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FINANZA/ Deaglio: ecco come salvare l’Europa dal "suicidio" tedesco

Pubblicazione:mercoledì 25 aprile 2012

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La ripresa non può arrivare da una politica del genere e lo si può capire dall’esempio americano: due grandi operazioni di quantitative easing su larga scala che stanno solo tenendo a galla l’economia. È vero che c’è una crescita del 2-2,5%, però la popolazione aumenta intorno all’1,7-1,8%, quindi non è che le cose stiano andando benissimo. È un po’ come dare l’ossigeno al malato: è una misura che non risana, ma che mantiene in vita in qualche modo il sistema.

 

Secondo lei, quale potrebbe essere una politica migliore?

 

Probabilmente quella che aveva indicato Strauss-Khan: portare il limite dei deficit europei dal 3% al 4% del Pil. In questo modo si darebbe un minimo di allargamento alla spesa pubblica senza pretendere questi tagli ossessivi che credo alla fine non faranno bene a nessuno, nemmeno alla stessa Germania.

 

La soluzione potrebbe essere quindi quella di rivedere il Fiscal Compact, in modo che non sia così rigido sul rientro dei deficit?

 

Sì, anche se bisognerebbe guardare anche alla parte di lungo termine del Fiscal Compact. Sembra, infatti, francamente irrealistico che tutti i paesi nel giro di 20 anni arrivino a un debito pubblico pari al 60% del Pil: se dovessimo farlo gradualmente dovremmo avere in Italia un avanzo pari al 3% del Pil ogni anno. Certo, si può anche vendere il patrimonio pubblico per soddisfare questa richiesta, ma ci si può chiedere se ne valga la pena visto che le privatizzazioni hanno finora dato dei risultati soltanto parziali (sono andate bene in alcuni settori, in altri no). Sarebbe opportuno comunque stabilire una sorta di contropartita al Fiscal Compact, che potrebbe consistere in un Fondo salva-Stati senza limiti. Si tratterebbe di una forte decisione politica, un po’ come hanno fatto gli svizzeri con la loro moneta.

 

Ci può spiegare meglio questo passaggio?


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COMMENTI
25/04/2012 - disagio finanziario e disagio sociale (Antonio Servadio)

"compromesso tra disagio finanziario e disagio sociale" è un'espressione felice nonchè gravida di significati. Mi pare anzi al centro di tutte le altre discussioni. Per quale motivo dovrebbe essere corretto e adeguato parlare di "fallimento" di un paese sempre e solo sotto il profilo della finanza internazionale? Si mangia per vivere o si vive per mangiare!? C'è un fallimento dunque ben più grave, dal cui rischio bisogna sommariamente guardarsi. E' quello di tipo Greco, che riguarda la popolazione di un paese, che riguarda il paese, cioè la gente e la società. O forse sono le moderne "oligarchie" (i poteri "forti") ad avere primo diritto di cittadinanza?