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FINANZA/ Pelanda: ecco come evitare un’altra stangata

Pubblicazione:lunedì 30 aprile 2012

Mario Monti (Infophoto) Mario Monti (Infophoto)

Il governo finora ha deluso le attese, pur avendo migliorato un po’ la credibilità esterna dell’Italia minata da litigiosità e stranezze del precedente esecutivo, perché ha interpretato il requisito del rigore - necessario per rendere credibile che l’Italia ripagherà il debito, intanto, non aumentandolo - alzando le tasse invece che tagliando la spesa pubblica. In particolare, tale modo di ottenere il pareggio di bilancio ha amplificato la tendenza recessiva mettendo l’Italia a rischio di depressione strutturale, con impoverimento accelerato di una parte consistente della società.

Rischio rilevato da tutti gli osservatori che hanno indirizzato a Monti segnali urgenti di cambio di marcia. Secondo me, il più pesante, perché in linguaggio delle èlite, è arrivato dal Fmi quando ha previsto che l’Italia, se non cambia linea di politica economica, non riuscirà a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, ma solo nel 2017. Bocciatura pesante di Monti proprio dal suo sistema di riferimento.

E infatti ora il governo sembra cambiare marcia: cercherà di evitare con tagli alla spesa il rialzo dell’Iva dal 21% al 23% previsto, come opzione, a ottobre. In generale, appare un primo segnale di consapevolezza da parte dell’esecutivo che ormai si è raggiunto il limite di sostenibilità dei carichi fiscali diretti e indiretti. Ciò apre uno spiraglio per la giusta dottrina del rigore: va perseguito non alzando le tasse, ma tagliando spesa pubblica, e la sua compatibilità con la crescita va cercata tagliando tasse in misure equivalente alla riduzione di spesa stessa.

Se si tagliano spesa e tasse sincronicamente, l’effetto recessivo del minor denaro pubblico inserito nel ciclo economico viene bilanciato dal minor drenaggio fiscale. Bisogna, infatti, considerare che un euro intermediato dalla burocrazia produce si e no un euro stesso. Mentre un euro lasciato nel libero mercato, cioè nel ciclo privato risparmio-consumi-investimenti, ne produce almeno due se non di più.

In generale, la produttività sistemica della spesa pubblica è minima e un drenaggio fiscale eccessivo per alimentarla - in Italia quasi il 50% del Pil - deprime strutturalmente l’economia. Aggiungo che le tasse indirette hanno il peggior effetto depressivo sul piano sistemico perché disincentivano i consumi che sono il motore principale di crescita del mercato interno. Tale analisi è controversa, nel senso che parecchi economisti ritengono meno dannoso l’aumento delle tasse indirette, come l’Iva, in relazione alla tasse dirette.


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