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SPILLO/ 1. La rivincita del berlusconismo tra politica e finanza

Pubblicazione:lunedì 30 aprile 2012

Silvio Berlusconi (Infophoto) Silvio Berlusconi (Infophoto)

Non è andata così. Gli addebiti all’attuale numero uno, Giuseppe Orsi, già ai vertici di Agusta Westland, sono tutti da accertare dai magistrati, ma chi per anni o per decenni ha lavorato ai vertici dello stesso gruppo difficilmente può vestire i panni del moralista. D’altronde quello che la stampa definisce come astro nascente del gruppo e magari prossimo numero uno, Alessandro Pansa, dal 2001 è stato condirettore generale e chief financial officer del gruppo. Insomma, ha firmato tutti i bilanci degli ultimi dieci anni di Finmeccanica, compreso l’ultimo con le maxisvalutazioni.

E che dire di Generali? Si ricorderà la canea pressoché unanime all’epoca della presidenza di Cesare Geronzi. La corazzata internazionale del Leone di Trieste era inquinata da un presidente che chiedeva conto di numeri e operazioni al top management, incalzava l’ad Giovanni Perissinotto, fino alla lesa maestà di un’intervista al Financial Times in cui ipotizzava per Generali “operazioni di sistema”. L’egocentrismo, i modi ruvidi e l’inedita volontà di apparire del banchiere di Marino provocarono l’offensiva di Diego Della Valle, assecondato da Mediobanca, da Perissinotto e alla fine dagli altri azionisti di Generali.

Finalmente con il defenestramento di Geronzi, il Leone potrà tornare agli antichi fasti, si disse. E in più, dopo aver abbattuto il birillo Geronzi sarà facile abbattere gli altri birilli chiamati Berlusconi e Letta. Ma due giorni fa si è scoperto con un’intervista di Leonardo Del Vecchio, azionista di Generali, che: il titolo del Leone langue, la redditività del gruppo assicurativo è più bassa di quella dei concorrenti e alcune operazioni meramente finanziarie costano parecchio alla compagnia triestina. Praticamente, parola più parola meno, quello che pensava Geronzi e molti altri all’interno del cda di Trieste, ma che nessuno aveva esternato. Però nessuno si era spinto, come il patron di Luxottica, a chiedere le dimissioni di Perissinotto.

Ma attenzione: come al solito, in Italia, la situazione è grave, ma non è seria. Così il giorno dopo Del Vecchio, in assemblea, non solo non chiede le dimissioni di Perissinotto, ma approva il bilancio di Generali firmato da Perissinotto. La coerenza tra parole e azioni, forse, costa troppo, sia ai politici che ai capitalisti.

 

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