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GIORNALI/ Il "partito di Monti" all’offensiva in Rcs

Pubblicazione:mercoledì 4 aprile 2012

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È in questa prospettiva - per quanto parziale - che l’eterna “centralità” del Corriere continua a illuminare l’Italia che cambia. Quella che, anzitutto, non ha più nella Fiat un contraltare stabile a qualsiasi governo “politico”, ma una famiglia Agnelli che - forse ammaestrata dall’avventura del principe-mercante Berlusconi - sa che deve muoversi come soggetto a tutto tondo sullo scacchiere politico-finanziario. Analogamente, le banche (Mediobanca appoggiata a UniCredit e Intesa Sanpaolo, tutte agganciate alle Fondazioni) non sono più istituzioni finanziarie con spazi di manovra definiti all’interno di una chiara “separazione di poteri”: un tempo un personaggio come Bazoli interagiva con politici puri come Nino Andreatta o Romano Prodi. Oggi sono i tecnocrati come Mario Draghi e Mario Monti i leader “diretti” di un Paese dalla “democrazia sospesa” all’interno di una ristrutturazione globale dei poteri tra politica e mercati e tra aree geoeconomiche.

Della Valle, Montezemolo & C. (un po’ a dispetto della retorica “nuovista” che ha accompagnato le mosse dei due) erano invece pronti a intervenire in uno scenario di transizione post-berlusconiana, meno traumatico e più graduale: che mantenesse quindi tradizionali spazi interni di intermediazione politico-finanziaria (ad esempio, nella dialettica Milano-Roma, nella quale ha eccelso a lungo il ruolo di Mieli, “equivicino” a Berlusconi ma anche a Massimo D’Alema, ai banchieri prodiani del Nord o al presidio capitolino di Gianni Letta). È un mondo che oggi - superato lo choc dell’avvento del governo Napolitano-Monti - potrebbe guardare alla traiettoria tecnico-politico del super-ministro Corrado Passera: il quale, due anni fa, in patto Rcs si astenne sulla decisione di richiamare De Bortoli alla direzione del Corriere succedendo al “Mieli-2”.

 

P.S.: Rcs è anche un’azienda che ha chiuso un bilancio 2011 in forte perdita a causa di investimenti sbagliati in Spagna e delle ripercussioni della recessione e della crisi strutturale della media-industry. In teoria, i grandi azionisti di una società quotata dovrebbero misurarsi su questo. E anche in questo, in fondo, la “settimana santa” di Rcs è un po’ una metafora di un Paese che dovrebbe concentrarsi sulla ripresa economica e non sui giochi di potere, nei quali i cosiddetti “tecnici” - proconsoli di banche e “media” - si stanno dimostrando non meno spregiudicati dei cosiddetti “politici” eletti nelle liste decise dai “padroni” dei partiti.



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