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DDL LAVORO/ Bertone: ecco perchè i mercati “scaricano” la riforma e l’Italia

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Elsa Fornero e Mario Monti (Infophoto)  Elsa Fornero e Mario Monti (Infophoto)

Non a caso, a vedere l’andamento dei flussi sui titoli del debito italiano, si osserva in questi giorni un’anomalia: le scadenze lunghe, vedi i decennali, reggono meglio delle scadenze brevi. È il sintomo del fatto che la finanza internazionale crede che il nostro Paese, nel lungo termine, sia più robusto di altre nazioni in crisi. Ma nessuno scommette sulle prospettive a breve. Ovvero, una volta esauriti gli acquisti a costo zero delle banche italiane (i quattrini investiti nei Btp a due anni sono arrivati dai prestiti a tre anni della Bce), i compratori sono in pratica scomparsi.

Dietro il rinnovato nervosismo della finanza internazionale, insomma, non c’è l’ombra dello scontro con la Cgil o la paura della frattura con uno o più partiti della coalizione, ma la paura che la violenza della crisi, assieme ai sacrifici chiesti a italiani (e spagnoli) possano rivelarsi un rimedio troppo traumatico, anzi insopportabile. Come ha ben scritto Federico Fubini su Il Corriere della Sera i money managers di Pimco, il più importante fondo obbligazionario del mondo, ormai non studiano più le tabelle sulla crescita del debito e del fabbisogno italiano, bensì guardano con preoccupazione crescente la discesa, in picchiata, del Pil cui contribuiscono vari fattori: la stretta del credito; i ritardi nei pagamenti della Pubblica amministrazione; l’impatto psicologico della paura per la perdita del posto di lavoro che ha alimentato il tabù dell’articolo 18; la caduta dei consumi.

Se si va avanti così il Pil italiano rischia una caduta di 1,5 punti nel 2012 (o forse addirittura di 2,5 punti). In termini di entrate fiscali, un punto di Pil vale 7 miliardi circa. Ovvero, come accade nel mito di Sisifo, l’Italia si è condannata a una sfida senza fine: da una parte con enormi sacrifici, si svuota il deficit; dall’altra, si creano nuovi “buchi” sul fronte delle entrate.

Sarà necessaria una nuova manovra? Probabilmente no, perché in termini contabili il governo è stato previdente. Ma il rischio è che, andando avanti così, si renda inevitabile una nuova manovra politica. Il governo Monti ha, con successo, affrontato la prova più dolorosa ma anche, sul piano concettuale, più facile. Con una manovra drastica e dolorosa si sono aumentate le tasse e ridotti i trasferimenti ai territori. In questo modo si è fronteggiato, con metodo assolutamente tradizionale, la crisi fiscale del Paese. Ora, però, si profila un malessere ben più insidioso: la crisi delle partite correnti ovvero il Paese, che produce di meno e ha meno risorse a disposizione per gli investimenti, si condanna a risparmiare di più per far fronte alla caduta dei flussi finanziari dall’esterno.


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COMMENTI
06/04/2012 - il reintegro (alberto servi)

Abbiamo al primo posto la più grande considerazione per il lavoratore, per le sue garanzie e il suo futuro e azzerato le esigenze delle impresa/aziende che dovrebbero offrire lavoro. La sola ipotesi del "reintegro" deciso dal giudice ci garantirà l'abbandono di ogni iniziativa d'investimento da parte degli investitori italiani. Figuriamoci poi di quelli stranieri Nelle economie che funzionano si fa il contrario. E poi qualcuno sostiene che l'art 18 non centra perchè sono/saranno pochi casi. L'eventalità del "reintegro" con il precipitare in contenziosi giudiziari è lo spauracchio di ogni imprenditore avveduto. E poi al lavoratore,il lavoro chi gli e lo dà ?

 
06/04/2012 - alzi la mano chi... (Fabrizio Terruzzi)

In questa situazione bisogna spostare importanti risorse dai consumi agli investimenti. La partita si gioca sui mercati internazionali, sulla nostra competitività e non si rimedia con storielle come l'incentivazione dei consumi. Ma alzi la mano chi di questi tempi metterebbe a rischio i propri capitali in un'iniziativa imprenditoriale. Se anche tutto andasse bene si vedrebbe rapinare almeno il 50% dei profitti dallo Stato ovvero privare sistematicamente di tutta la liquidità visto che le imposte non possono essere pagate con una parte del magazzino, dei crediti, ecc. ma sempre e solo in contanti (e subito). Nessuno ha il coraggio di dirlo ma bisognerebbe decretare morto lo stato sociale così com'è e ritornare agli anni '70 in modo da liberare grandi risorse a favore dell'industria, della ricerca, dell'università. Vi rendete conto che finora nessuno ha mai posto l'accento sul seguente fatto di fondo: che sono le aziende a creare i posti di lavoro? E davvero si crede che riprenderanno a crearli grazie alle liberalizzazioni o all'imbellettamento dell'art. 18? Signori, per dare una svolta, qui ci vuole la "bomba atomica" non i pannicelli caldi. Volete un esempio di "bomba atomica"?. Sospensione di ogni imposta sulle aziende purchè reinvestano tutti i profitti, limitino i compensi agli amministratori, non delocalizzino. Dite ad un imprenditore "guarda, per i prossimi anni non devi neppure presentare la dichiarazione dei redditi" e vedrete che flebo di fiducia ne riceve.

 
06/04/2012 - la parte mancante (francesco taddei)

emma marcegaglia si dimentica che è stata proprio lei a fare marcia indietro sull'articolo 8 del testo sul lavoro in agosto (che è costata l'uscita di fiat da confindustria). il FT e il WSJ bocciano la legge perchè vorrebbero tutto il mondo come l'america, dimenticando che l'italia con l'art. 18 è diventata la quinta economia del mondo. non ho sentito rimproveri di questi giornali verso tutte le tasse imposte, anzi solo celebrazioni in copertina.