BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ Da Shenzhen a Rotterdam, nel viaggio di un frullatore le risposte ai mali dell’euro

Infophoto Infophoto

Gli oltre 20mila container che ogni anno sbarcano sulle banchine di Rotterdam, Anversa e Amburgo, oltre al diritto inglese, hanno un caratteristica in più. Entrano in una zona dove diciassette paesi si sono dati una moneta unica senza dotarsi di governo comune. È un’anomalia che ha comunque raggiunto obiettivi ragguardevoli: oggi l’euro circola liberamente dall’Estonia al Portogallo, raggiungendo le tasche di 317 milioni di abitanti.

Si tratta del “traguardo più audace dell’unità europea”, ha dichiarato Jean-Claude Trichet pochi giorni fa, durante la sua prima intervista da quando ha lasciato la presidenza della Bce. Poco dopo, però, l’ex numero uno dell’Eurotower - e tra i padri putativi della moneta unica - ha aggiunto sibilino: “Oggi bisogna monitorare gli squilibri competitivi”. Un giornalista impertinente avrebbe fatto notare all’ancien president che sul più grande di questi squilibri l’euro ci ha campato per dieci anni. E con quali risultati, oggi è evidente a tutti.

Lo squilibrio in questione è quello che parte da centri come Shenzhen, dove il settore industriale paga un salario medio mensile - se diamo fiducia alle statistiche ufficiali cinesi - equivalente a circa 1100 euro. Considerato che da quelle parti si lavora 7 giorni su 7 e le ore lavorative giornaliere arrivano facilmente a 12, fanno tre euro lordi all’ora. Senza diritti, né garanzie sociali.

All’altro capo della filiera, l’Europa ha accettato di restare in costante deficit commerciale perché il disavanzo di cassa sembrava un toccasana per la moneta unica: a ogni emissione di debito sovrano, l’euro limava i differenziali tra i paesi membri fino a rendere - dal 2005 agli inizi del 2008 - lo spread tra Germania e Grecia pari a zero. Ciliegina sulla torta, la moneta unica dava nuova capacità di indebitamento al sempre meno sostenibile welfare europeo.

Purtroppo, però, una moneta che fa debito ma è incapace di fare crescita ha giorni difficili davanti a sé e questo Jean-Claude Trichet avrebbe potuto apprenderlo dalle vicissitudini della Banca Reale di Francia ai tempi di Filippo d’Orleans. Per questo, i container che arrivano nei porti europei sull’Atlantico importano all’interno dell’Unione europea una competizione destabilizzante, che mette in pericolo l’economia reale del vecchio continente e ci rende felicemente indebitati, ma inesorabilmente più poveri.

Non che sulla baia di Shenzhen il futuro appaia più roseo. Ridurre i salari all’osso e svalutare il renminbi rende l’export competitivo ma nell’economia del Dragone di innovazione non c’è alcuna traccia. Come cresce allora la Cina? A leggere i dati di un’inchiesta di Bloomberg Businessweek, si direbbe che i cardini dello sviluppo cinese siano lo spionaggio industriale e la sistematica violazione delle norme sui brevetti. I furti appurati di segreti industriali riguardano AkzoNobel, Apple, Boeing, CME Group, Dow Chemical, DuPont, EnfoTech, Ford, General Motors, Goodyear, L-3 communications, Motorola e AMSC. In quest’ultimo caso, è stata rubata tecnologia per energie rinnovabili con un danno stimato in un miliardo di dollari. A quel punto, ricerca e produzione non avanzano più insieme e per quest’ultima è sufficiente la manodopera a tre euro l’ora (che nella sola Shenzhen raggiunge la cifra di tre milioni e mezzo di persone).