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FINANZA/ Da Shenzhen a Rotterdam, nel viaggio di un frullatore le risposte ai mali dell’euro

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Questo modello economico, e la visione della persona che ne deriva, sono una scommessa al ribasso che, come dimostrano i crescenti focolai di protesta in Cina, è già persa in partenza. Per questo la prima parte di questa breve indagine si è conclusa auspicando una connessione tra economia reale ed euro: la prima tiene insieme investimenti, ricerca e produzione, mentre il secondo, in un mondo in cui prezzi delle materie prime, inflazione e tassi di interesse sembrano ormai schegge impazzite, ha bisogno del tessuto economico europeo per diventare moneta di crescita e non annegare in un mare di debito.

Il finanziamento delle infrastrutture europee, le borse di studio, le collaborazioni tra università e aziende, gli sgravi fiscali alle imprese sono alcuni esempi di come l’euro può rilanciare lo sviluppo. A quel punto, una produzione in euro implicherà un lavoro educativo, prima ancora che industriale: riportare la persona al centro della crescita, anche quando la crisi imperversa e il capannone è trasferito in Europa dell’est o in Estremo oriente.

Qualcuno obietterà che i rischi all’orizzonte sono molti, compreso quello, serio, di diventare poveri. Ma la paura, come disse Franklin D. Roosevelt durante la crisi del ‘29, è la sola di cui aver paura e poveri, anche se è facile dimenticarlo, lo siamo già stati. Se, invece, volteremo le spalle a questa sfida, l’Europa si ridurrà a un’enorme area di scambio, mentre l’euro diventerà una sorta di gettone per gli autoscontri tra paesi europei.

 

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