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IL CASO/ Welfare, se la Basilicata si "traveste" da Germania

Il Governo Monti ha deciso di tagliare anche l’Agenzia per il Terzo settore. GIULIANO CAZZOLA ci spiega come si potrebbe fare migliorare il welfare nel nostro Paese

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La scure del Governo Monti ha tagliato anche l’Agenzia per il Terzo settore, una struttura attiva da una decina di anni, incaricata del compito di vigilare sul mondo del volontariato e del non profit. Il decreto ministeriale reca la data del 23 febbraio. Da quel momento, nonostante le preoccupazioni che la soppressione ha provocato, non si conoscono quali siano le intenzioni del Governo, visto che la questione coinvolge un “mondo” articolato e crescente nel quale si muovono più di 400mila istituzioni di varia natura per un giro finanziario stimato in 40 miliardi annui.

Le dimensioni del comparto mettono bene in evidenza come l’Agenzia, con i modesti mezzi a disposizione e nonostante l’autorevolezza dei presidenti e dei consiglieri succedutisi nel tempo, non fosse in grado di fare fronte alla mole di impegni che aveva in carico. È indispensabile, tuttavia, che il Governo mandi rapidamente un segnale chiaro su ciò che intende fare nel settore delle Onlus, in sostituzione dell’Agenzia.

La materia è molto delicata da parecchi punti di vista. C’è innanzitutto da svolgere un’indispensabile funzione di vigilanza, consistente nel separare il grano dal loglio. L’esperienza insegna che tante sono le Onlus fasulle (talune sono state sanzionate con un provvedimento di chiusura negli ultimi cinque anni) che si avvalgono impropriamente dei vantaggi fiscali e delle regole più flessibili nell’uso della manodopera, riuscendo così a entrare, in condizioni di dumping sociale, nel mercato dei servizi alla persona. Ma, soprattutto, occorre ragionare in prospettiva, in chiave di sussidiarietà tra un sistema pubblico in affanno e un insieme di reti private che, nel campo dell’assistenza alle persone, diventa ogni giorno di più ampio e insostituibile per fare fronte ai problemi immensi che deriveranno dai trend demografici e dall’invecchiamento della popolazione.

Vi è un segmento importante (e in aumento) di concittadini che non riceve una protezione adeguata: si tratta dei soggetti non in grado - a causa della loro condizione psico-fisica - di provvedere autonomamente alle più elementari funzioni vitali. È il caso dei “grandi vecchi” (il numero degli ultraottantenni è destinato in breve a triplicarsi; a metà del secolo gli ultranovantenni saranno 1,7 milioni), ma anche dei portatori di handicap gravi. Per costoro il modello di sicurezza sociale è “patrigno”, nel senso che non li tutela in modo appropriato.