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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Spending review, le due sfide per il "risanatore" Bondi

Ieri il Consiglio dei ministri ha cominciato l’analisi della spending review che rischia di rivelarsi un fallimento per il governo. GIUSEPPE PENNISI ci spiega come poterlo evitare

Enrico Bondi (Infophoto)Enrico Bondi (Infophoto)

È fin troppo facile dire, all’indomani della presentazione del primo documento sulla spending review, che la montagna ha partorito un topolino. Da un lato, erano state create aspettative eccessive sulla capacità di giungere a risultati concreti significativi nel lasso di pochi mesi, tramite un’operazione di revisione delle priorità di bilancio condotta, in sostanza, dal Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Prof. Piero Giarda, con il supporto di pochi volenterosi, anche se ora potenziato da una task force di Ministri, integrata con un noto "risanatore", Enrico Bondi. Da un altro, tentativi precedenti, pur se inquadrati nell’ambito di quella Ragioneria Generale dello Stato dove il bilancio delle pubbliche amministrazioni viene formulato e monitorato, hanno indicato che esercizi di questa natura, per avere risultati positivi, richiedono un quadro istituzionale appropriato, un metodo condiviso e, soprattutto, molta perseveranza e tenacia.

Tuttavia, l’amico Piero Giarda, con cui ho in comune non solamente la professione di economista ma ancor di più la passione per la musica lirica, mi consenta di fare alcuni rilievi sul merito e sul metodo.

Sul merito, se è vero quanto filtrato dal Consiglio dei ministri di ieri, le riduzioni effettive di spesa corrente da attendersi nell’immediato come prima fase della spending review sarebbero limitatissime, dell’ordine di circa 5 miliardi di euro. Se ciò venisse confermato dalle decisioni dei prossimi giorni e delle prossime settimane, si darebbe un colpo durissimo alla credibilità non tanto della review, ma del Governo stesso, specialmente perché a ragione principalmente dell’aumento dei tassi d’interesse, nell’esercizio finanziario in corso la qualità della distribuzione tra spesa delle pubbliche amministrazione di parte corrente e investimenti pubblici è fortemente deteriorata: in effetti, la spesa per interessi rischia di superare in misura significativa quella in conto capitale. In aggiunta, si sta aggravando il problema dei debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese (ormai una somma pari all’8% del Pil - tale da portare il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno al 130%).

Non è nel mandato del Prof. Giarda affrontare e risolvere il problema dell’insoluto delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese. Tuttavia, nella visione di un’Italia più moderna e più giusta, già nella prima fase, ove non nell’antipasto della spending review, si dovrebbe prevedere, prima della fine del 2012, l’abolizione delle Province, la razionalizzazione dei contributi all’editoria e allo spettacolo, un dimezzamento almeno dei rimborsi elettorali (sarebbe auspicabile la loro totale abolizione), l’entrata in vigore immediata dei tetti a superstipendi nelle pubbliche amministrazioni, nelle aziende a capitale pubblico (quotate e non quotate) e nel variopinto “capitalismo municipale”, l’allineamento delle retribuzioni del personale all’estero (anche diplomatico e militare) alla media di quello degli Stati dell’Europa meridionale in ambasce di finanza pubblica analoghe alle nostre. E via discorrendo.