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GEOFINANZA/ Un "virus" lascia l’Europa nei guai

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L’altro giorno la Borsa di Atene ha toccato i minimi dal 1992, giù del 97% dai massimi del 2007: colpa dell’instabilità? Certo, ma quella pesa per un giorno, due. Ciò che conta è quanto non fatto e quanto nascosto dal governo tecnico guidato da goldmaniano Papademos, talmente bravo da aver portato Wolfgang Schauble ieri a dire chiaramente di prepararsi all’uscita di Atene dall’eurozona, opzioni auspicabile ma non certo in un contesto di incendio generale come quello odierno, visto che un addio di Atene scatenerebbe una fuga di capitali da tutti i paesi cosiddetti Piigs e indebolirebbe ancora di più l’euro, già oggi previsto a quota 1,20 sul dollaro, stando almeno alla correlazione degli stati patrimoniali di Fed e Bce rispetto alle fluttuazioni storiche di cambio.

Pensiamo al profilo del debito greco con cui un possibile nuovo governo avrà a che fare, qualsiasi sia il suo colore. Attualmente il debito outstanding di Atene è di 220 miliardi di euro e i prestiti della troika pesano per 77 miliardi di questo ammontare. Dei 142 miliardi in bonds, almeno 50 sono detenuti dalla Bce, la quale riceve puntuali pagamenti a ogni maturazione: chi vieta al nuovo esecutivo, se costretto a un compromesso con gli anti-rigoristi, di chiedere che l’Eurotower cominci a sostenere delle perdite come tutti rispetto alle sue detenzioni, al fine di abbassare lo stock di debito? Lo farà la Bce, già protagonista di una non partecipazione allo swap che ha tramutato tutti gli altri soggetti e debiti detenuti in subordinati? La Grecia, in realtà, ha sì fatto default su 105 miliardi di euro ma dopo lo swap, tra nuovi prestiti e debito occulto - i famosi 107 miliardi di debito garantito di cui vi ho parlato più volte - si è caricata sulle spalle quasi il doppio di nuovo debito.

D’altronde, che l’operazione di concambio non fosse servita ad altro che a fare guadagnare qualche mese alla Grecia lo si era capito già all’inizio di marzo, quando i nuovi bonds ellenici pagavano rendimenti stratosferici ed erano trattati al 20% sulla parità, esattamente a 22 cents sul dollaro, segnale chiaro che il mercato sta attendendo un altro evento di credito e che il pasticcio combinato dall’Isda con i credit default swaps greci sta avendo pesanti ripercussioni. Ma questo i soloni che ora attaccano l’instabilità greca non ve lo dicono.

Già, cari lettori, il balzo dei rendimenti è dovuto in gran parte al fatto che quelle istituzioni caritatevoli e filantropiche delle banche hanno smesso di offrire prezzatura dei cds greci, poiché problemi tecnici legati alla documentazione per chiudere i contratti potrebbero forzare immediatamente gli eventuali pagamenti. Si tratta della cosiddetta 60-day-look-back-clause, una clausola inserita nei contratti cds standard e che può attivare un pagamento su nuovi contratti rispetto al credit event dichiarato il 9 marzo, quando la Grecia si assicurò la partecipazione del settore privato allo swap. Il nuovo bond scadenza 2042 viaggia in area 17%, con scatti del 3% di aumento tra il 12 marzo, primo giorno di contrattazione e il 20. Insomma, se non puoi usare cds per fare hedging sul debito greco, semplicemente non acquisti quelle obbligazioni o chiedi un premio di rischio altissimo.

L’ultima prezzatura dei cds greci risale al 9 marzo, quando per proteggersi da un detenzione di 10 milioni di debito greco si doveva pagare la cifra folle di 7,8 milioni di dollari. Markit, il provider di dati, disse chiaro e tondo che aveva bisogno di ricevere le prezzature dei cds da almeno tre banche globali prima di poter continuare a quotare. Detto fatto, il 20 marzo scorso Markit ha aggiornato il suo indice per i cds sovrani europei, il Markit SovX Western Europe Index, escludendo la Grecia e includendo al suo posto Cipro, mercato obbligazionario decisamente illiquido ma il più liquido tra gli eligibili, almeno fino al prossimo roll, previsto il 20 settembre, dopo il quale Atene potrebbe tornare a essere quotata.

Insomma, si mantengono sul mercato obbligazionario nuovi bonds senza protezione creditizia e senza quotazione del principale strumento di hedging! Una follia! Peggio, una farsa. La quale, però, proprio per questo carattere di opacità, quasi da bisca, sta attraendo l’interesse di molti fondi ed esperti nell’ambito del cosiddetto distressed-debt, il settore del debito a rischio, secondo cui il 21% offerto dai nuovi bonds greci è da preferirsi agli yield molto più bassi offerti da altri paesi traballanti e con medesimo rischio, come Venezuela e Argentina che prezzano, relativamente, l’11% e il 13%. «È il trade dell’anno», ha trionfalmente dichiarato al New York Times, Hans Humes, presidente di Greylock Capital, attivissimo nell’acquisto di nuovi bonds ellenici nel range compreso tra 19 e 25 centesimi sul dollaro. E Humes non è solo, visto che in questi giorni stanno raddoppiando loro acquisti di bonds greci anche Banco BTg Pactuel, la banca d’investimenti brasiliana, Finisterre Capital, fondo londinese specializzato in mercati emergenti e Brevan Howard, uno dei principali hedge funds europei: Dio volesse che andassero tutti a zampe all’aria con la loro bella carta igienica greca nei bilanci.


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