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FINANZA/ 1. Germania e Jp Morgan mandano in "cortocircuito" l’Europa

Pubblicazione:martedì 15 maggio 2012 - Ultimo aggiornamento:martedì 15 maggio 2012, 9.35

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In realtà, il calcolo è miope, almeno quanto le deduzioni del nostro strategist. La crisi politica, finanziaria ed economica dell’eurozona, va assai al di là della povera (e colpevole) Grecia, che comunque pesa il 2,5% del Pil dell’Ue. È una crisi di impotenza che, come un boomerang, minaccia di colpire alle fondamenta l’intero edificio. A danno dei poveri, ma non meno dei ricchi. Il mondo prende atto, tanto per cominciare, che l’Ue targata Germania non è stata in grado di far digerire la terapia, obbligata, dell’austerità alla Grecia. Di sicuro, è il ragionamento, la medicina non funzionerà per il resto della “periferia” d’Europa, ammesso e non concesso che si tratti della medicina giusta.

L’austerità, accusa lo strategist di Nomura, Richard Koo, può infatti funzionare di fronte a una politica di sperperi, quale quella praticata da Atene. Ma non ha alcun senso, incalzano economisti come Lawrence Summers, per paesi come la Spagna che nel 2007, alla vigilia della crisi, vantava un rapporto debito/Pil migliore della stessa Germania. O che, come l’Italia, hanno oggi un surplus sul debito primario nell’ordine di 5-6 punti percentuali dopo sacrifici che, come dimostra l’aumento del debito pubblico a marzo, verranno comunque vanificati dalla caduta in recessione del Pil. “La crisi della finanza pubblica di questi Paesi - è la diagnosi di Summers - è la conseguenza del disordine finanziario internazionale, non la sua causa. Ma quando un medico cura i sintomi e non la radice dei mali, il paziente in genere peggiora”.

Imporre una politica di austerità, incalza Koo, è una pura follia. Il Giappone, nel 1997, ha ceduto a pressioni in tal senso del Fondo monetario internazionale. Il risultato? Una caduta del debito pubblico nell’ordine dell’86%, da cui non si è ancora ripreso. E non illudetevi che basti allargare ancora i cordoni della borsa. Come recita un famoso proverbio inglese, “si può portare un cavallo in riva al fiume, ma non si può costringerlo a bere”. Allo stesso modo si può allargare il credito, ma non si possono costringere le imprese a investire se gli Animal Spirits sono negativi.

A tutto questo, naturalmente, si aggiungono le varie falle del sistema. Per limitarci alla Borsa, si fa sentire il “buco” di JP Morgan che ricorda, caso mai ve ne fosse stato il bisogno, la sostanziale impotenza delle autorità internazionali di fronte alla deregulation selvaggia che ha contribuito a inasprire la crisi. In un mondo dove i derivati valgono sette volte il Pil mondiale, gli sforzi dei governi e dei popoli sono una goccia nell’Oceano di fronte alla forza dei “masters of universe”. JP Morgan ha causato pesanti perdite nei listini europei senza aver nemmeno sfiorato, con le recenti speculazioni, il debito pubblico. Che cosa potrebbe accadere se decidesse di mettere sul tappeto i 342 miliardi di credit default swaps che possiede sull’Italia? Inutile nasconderlo: sui “sacrifici” dell’economia reale, o tagli di bilancio e il salasso delle imposte incombe la spada di Damocle di una finanza ormai sganciata dal mondo reale.


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