BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ 2. Euro, dal Portogallo una via di fuga

Infophoto Infophoto

Questi giorni vengono tratteggiati gli scenari più diversi. Ad esempio, domenica, il quotidiano La Repubblica affermava, in una pagina, che secondo la Bce il ritorno della Grecia alla dracma sarebbe poco danno per tutti e, nella pagina a fronte, minacciava che la secessione greca dall’eurozona costerebbe 11.000 euro a ciascun europeo. Dal 1910 a oggi, si sono sciolte 69 unioni monetarie e ne sono nate due - quella tra Belgio e Lussemburgo (come dire tra la Provincia di Roma e la Provincia di Frosinone) e la malconcia unione monetaria europea.

Quando dal 1967 al 1982 ero negli Usa (prima per studiare e poi per lavorare in Banca mondiale) ho assistito alla fine di una trentina di unioni monetarie. In breve, quando l’uscita o lo scioglimento sono programmati, i costi per la collettività sono contenuti e i benefici di medio e lungo periodo elevati. Quando la dissoluzione è caotica (il caso della fine dell’unione monetaria dell’Africa occidentale) ci vuole qualche anno per sanare le ferite - nel caso specifico l’unione aveva molte istituzioni comuni e ci volle del tempo per capire chi doveva rimborsare cosa dei prestiti contratti, pure con la Banca mondiale.

Quindi, evitiamo il terrorismo psicologico e prepariamoci a un’unione monetaria molto differente da quella del Trattato di Maastricht. Non mancano proposte concrete. È più utile studiarle che rotolarsi per terra o rivolgersi a esperti di “magia nera”. Interessante quella pubblicata a Lisbona un mese fa. È differente da quelle lanciate da alcuni economisti greci, spesso scritti da accademici anziani e imbevute di cultura nazionalista. Il programma portoghese è invece redatto da un giovane professore di economia all’Università di Porto e fellow del maggior istituto di ricerca della Repubblica lusitana, Pedro Cosme Vieria, il quale pubblica sulle principali riviste di econometria della Gran Bretagna e degli Stati Uniti ed è un blogger accanito.

Il programma parte dalla considerazione che a vent’anni dalla firma del Trattato di Maastricht, l’eurozona è “sull’orlo di un precipizio” a ragione principalmente dei differenziali d’inflazione che hanno causato massicci disavanzi dei conti con l’estero, forti aumenti del credito totale interno nei paesi in deficit e quindi montagne di debito pubblico. Il lavoro contiene stime dettagliate per ciascun Paese di quanto dovrebbe svalutare (rispetto all’euro) per competere (ad esempio, la Grecia del 20%, la Spagna del 15%, il Portogallo del 10%, l’Italia dell’8%). Non potendo utilizzare il cambio, si stanno comprimendo i salari reali netti in busta paga.

Pedro Cosme Vieria accusa di “catastrofismo terroristico” coloro secondo cui la fine dell’eurozona provocherebbe il caos: negli ultimi cent’anni sono morte 69 unioni monetarie e nessuno ha sofferto troppo a lungo. Pedro Cosme Vieria propone un percorso semplice per i paesi a cui la “camicia di forza dell’eurozona” sta stretta: annunciare una strada per tornare alle monete precedenti all’euro con un “cambio mobile” (in gergo crawling peg) agganciato all’euro di chi resta nell’eurozona e introdurre uno spread per i contratti in valuta locale indicizzato all’euribor (usato già per i tassi dei mutui aggiornati periodicamente).