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FINANZA/ 2. Euro, dal Portogallo una via di fuga

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I conti bancari continuerebbero a essere denominati in euro, ma prezzi e salari nella moneta locale. Ciò servirebbe a contenere prezzi e salari (non solo i secondi come avviene adesso) in termini di euro, ad aumentare le esportazioni e frenare le importazioni, senza incidere sulla libertà di movimento di fattori di produzioni, di merci e di servizi. Dopo una fase di transizione ciascun Paese potrebbe valutare se rientrare negli accordi europei sui cambi oggi in vigore, di solito chiamati Sme II in quanto prevedono fasce di oscillazione (attorno all’euro) differenziate per ciascun Paese.

Sorprende l’assordante silenzio del ministero dell’Economia e delle Finanze e della Banca d’Italia, poiché non siamo in una soluzione sostanzialmente migliore di quella dei portoghesi. E, se la Grecia torna alla dracma, la campana potrebbe suonare anche per noi. Puntiamo - è vero - su un salto in avanti e su un’Ue che ci tolga le castagne dal fuoco. Nella lunga notte dell’euro, non avere un “piano B” è un segno non solo di poca conoscenza dei fenomeni economici, ma anche di poca responsabilità rispetto alla collettività.

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