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FINANZA/ JP Morgan e derivati. Borghi (Il Giornale): ecco perché nuove regole sarebbero inutili

Pubblicazione:martedì 15 maggio 2012

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DOPO JP MORGAN, QUALI REGOLE PER CAMBIARE LA FINANZA? Qualcosa, tra le più alte sfere del mondo della finanza, dovrà prima o poi pur cambiare. Per il momento, i mercati, gli istituti di credito, gli operatori borsistici e via dicendo, hanno continuato ad agire come se la crisi non ci fosse mai stata. Eppure, i suoi effetti più perversi, specie quelli legati all’impunità di un certo modo di agire, continuano a manifestarsi. Ieri, il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha denunciato come il distorto utilizzo di strumenti quali i Cds o gli Etf possa erodere facilmente i risparmi delle famiglie, auspicando una maggiore regolamentazione del mercato attraverso opportune modifiche al Testo unico della Finanza e al Codice Civile. Contestualmente, negli Usa, dopo che JP Morgan ha bruciato 2 miliardi, il Congresso ha deciso di fare le debite pressioni, specie sulla Federal Reserve, perché, per lo meno, si impedisca alle banche commerciali di speculare alle spalle dei clienti. Anche in questo caso, la ricetta  è: più regolamentazione. Claudio Borghi, editorialista de il Giornale e professore di Economia degli Intermediari Finanziari presso l'Università Cattolica di Milano, spiega a ilSussidiario.net perché è convinto che non sia la strada giusta. «Attualmente - dice - non è il Far West: le regole ci sono, e ci sono sempre state; il problema, casomai, è l’abilità di alcuni nel disattenderle».

Per intenderci: «prendiamo in considerazione, ad esempio, le banche italiane. Si tratta, probabilmente, dell’ambiente più regolato dell’universo; non si può fare praticamente nulla senza migliaia di reportistiche. Eppure - benché non si sia ancora capito cosa sia successo - niente ha potuto impedire che una banca spagnola (Banco Santander) acquistasse una banca italiana (Antonveneta) a 6 miliardi nel 2007 per rivenderla poco dopo al Monte dei Paschi di Siena a 9,3 miliardi». Quindi? «L’origine delle falle presenti nel sistema, in genere, sono al di fuori del sistema delle regole». Anche qui, il professore individua un caso concreto: «Assumiamo l’ipotesi di un fondo di investimento - realtà iper-regolata, costituita da una serie di regole finalizzate a tutelare l’investitore - ove arrivi un gestore disonesto che, a quel punto, disporrebbe di uno strumento sicurissimo e di un miliardo di euro da potere utilizzare a proprio vantaggio». Potrebbe farlo in diversi modi. «Può, per dirne uno, comprare dei titoli e utilizzare il proprio fondo di investimento per farne lievitare il valore, ottenendone un profitto, spesso occulto, magari conservato in Svizzera e addebitando le eventuali perdite al fondo.  Eppure, lo strumento rimane di per sé è genuino». Ci sono casi in cui, invece, la pericolosità è insista nello strumento stesso. «Come nei Cds. Nel momento in cui si è autorizzati a fare, di fatto, un’assicurazione su beni altrui, si è portati ad auspicare che l’evento negativo si manifesti. Di conseguenza, la scommessa sul caso disastroso, laddove non si tratti di uno strumento di copertura, ma puramente speculativo, è di per sé estremamente pericolosa».


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