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GRECIA FUORI DALL’EURO(?)/ Ecco quanto ci costerà l’addio di Atene

La situazione in Grecia si fa sempre più complicata e una sua uscita dalla moneta unica avrebbe delle ripercussioni anche per gli altri paesi europei. MAURO BOTTARELLI ci spiega quali

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Olè, ormai i Paesi dell’eurozona sono diventati materia per scommettitori, esattamente come le squadre di calcio. Per i bookmakers, infatti, sarà la Grecia la prima nazione a uscire dall’euro, seguita da Spagna e Italia. L’addio di Atene è infatti offerto a 1,25 da Wiliam Hill, seguita dallo Stato iberico (8,00) e dal Bel Paese (9,00). In quota anche, a 1,83, la possibilità di una rottura totale dell’Eurozona entro il 31 dicembre 2015.

Che giornata, quella di ieri. Borse a piombo e spread alle stelle, con lo stallo nelle consultazioni in Grecia che rendeva sempre più probabile l’opzione di nuove elezioni in giugno, ipotesi che già oggi vedrebbe primo partito con oltre il 25% la Confederazione delle sinistre. Ovvero, chi intende rinegoziare del tutto i termini dei piani di salvataggio della troika. Ma anche nelle giornate così nere, c’è sempre un bicchiere mezzo pieno da guardare, ancorché le prospettive di fondo siano tutt’altro che rosee: l’Italia ha evitato, almeno per il momento, il diretto contagio spagnolo.

In quello che è stato il primo giorno di una settimana zeppa di emissioni obbligazionarie, infatti, la Spagna ha collocato sì 2,9 miliardi - a fronte dei 3 previsti - di euro di titoli di Stato a breve termine ma con tassi di interesse in netto aumento. Il Tesoro spagnolo ha pagato un rendimento del 3% per i 2,2 miliardi di euro in bond a un anno, rispetto al 2,6% dell’ultima analoga asta del 17 aprile scorso. Inoltre, Madrid ha concesso un interesse del 3,3% per la vendita di 711 milioni di euro in buoni a 18 mesi, a fronte di un 3,1% pagato nell’ultimo collocamento analogo. Contemporaneamente, il Tesoro italiano ha collocato 3,5 miliardi di euro in Btp a tre anni con scadenza al marzo 2015, mostrando una buona domanda e tassi stabili: lo yield chiesto dai mercati si è attestato al 3,91%, in rialzo di appena lo 0,02% rispetto all’ultima analoga asta di aprile e la domanda è stata pari a 5,334 miliardi di euro.

Vi parrà poco, ma non lo è, affatto: significa che il radar dei mercati resta tutto su Madrid e Roma potrebbe avere ancora spazio - molto ridotto - di manovra. E il perché è presto detto. A differenza delle banche italiane, quelle spagnole sono letteralmente a pezzi. Non solo il governo dovrà usare tra i 7 e i 10 miliardi di soldi pubblici per salvare Bankia, la banca nata dalla fusione delle cajas, le casse di risparmio, ma la Banca di Spagna ieri ha reso noto che i prestiti della Bce agli istituti iberici sono saliti in un mese di altri 36 miliardi, raggiungendo quota 263,5 miliardi di euro, più del doppio dai 119 miliardi del 31 dicembre scorso. E ad aggiungere tensione ci ha pensato puntualissima prima l’agenzia di rating francese Fitch, secondo cui un’uscita incontrollata della Grecia dall’euro rischia di innescare una serie di downgrade di aziende europee, principalmente in Spagna, Portogallo e Italia: i tagli dei rating potrebbero essere anche di tre gradini e «la misura dei downgrade dipende dall’efficacia della risposta politica a un’uscita della Grecia dall’euro».

Campa cavallo allora, prepariamoci a botte di tre notch per tutti, vista l’abilità mostrata finora dalla politica! E poi anche Moody’s, secondo cui lo sforzo di Madrid per riportare la fiducia nel sistema bancario spagnolo, facendo aumentare gli accantonamenti delle banche a copertura delle perdite potenziali sul settore immobiliare, rischia di indebitare ancora di più la Spagna e minacciare la sua solidità creditizia. Insomma, un putiferio. Ma è davvero realistico un addio della Grecia? E come potrebbe avvenire? E, soprattutto, con quali costi?