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J’ACCUSE/ De Lucia (Assopopolari): la crisi, colpa delle "grandi" banche

Pubblicazione:sabato 19 maggio 2012

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Lo scorso 10 maggio Ben Bernanke, attuale presidente del Consiglio dei Governatori del sistema della Federal Reserve Bank Usa, ha affermato: “Dall’inizio della crisi finanziaria, le banche [americane, ndt] hanno compiuto notevoli progressi nell’aggiustamento dei propri bilanci e nel rafforzamento del capitale. Il patrimonio corretto per i rischi e i leverage ratio delle banche di tutte le dimensioni sono concretamente migliorati e risultano superiori ai livelli precedenti. Fatto importante, le 19 maggiori banche, che presero parte nel 2009 agli stress test e alle successive verifiche, dispongono di un capitale maggiore e di migliore qualità rispetto a pochi anni fa. […] Gli intermediari finanziari a maggior rilevanza sistemica dovranno far fronte a requisiti di capitale e di liquidità significativamente più elevati e continuare a essere sottoposti a stress test”. La sicurezza che tali parole emanano non sembra tuttavia poggiare su basi granché solide.

Recentemente Fulvio Coltorti ha manifestato serie preoccupazioni, che io condivido, sull’efficacia delle regole decise dalle autorità americane per limitare i rischi del ripetersi di uno tsunami finanziario analogo a quello del 2008. Egli ricorda che solo un mese fa la Fed statunitense ha vietato la negoziazione in proprio di titoli, fissandone comunque la decorrenza dal luglio 2014. Anche degno di nota che lo stesso mese abbiano cominciato a circolare rumors di presunte forti perdite su negoziazioni di derivati da parte di JP Morgan Chase, una delle più grandi banche Usa.

Da qualche giorno le voci sono divenute un fatto acclarato: anche se l’entità delle perdite non è ancora precisata, il danno da fallimento della strategia speculativa posta in essere da JP Morgan Chase sembra aggirarsi fra i 2 e i 4 miliardi di dollari! Paul Krugman, celebre economista e convinto sostenitore del presidente Obama, paragona il comportamento della banca in questione a quello tenuto dalla grande compagnia assicurativa Aig (speculazione finanziaria sui mutui ipotecari) sino alla vigilia del crac dei mercati del 2008. Se la solidità di una tale banca dovesse essere messa in discussione piomberebbe di nuovo una cappa gelida ovunque.

La storia, dunque, si ripete e non a distanza di decenni, come è stato prima della deregulation decisa dalle autorità americane a metà degli anni ‘90, dopo la quale il mercato dei derivati finanziari ha conosciuto un boom dei volumi delle negoziazioni. Se ne sono avvantaggiati i managers degli intermediari dediti a questo tipo di operazioni (enormi bonus) e i loro azionisti (enormi utili e plusvalenze). L’intera economia occidentale sta pagando da quattro anni - e non è dato prevedere per quanti anni ancora - la catastrofe derivante dall’accumulo di rischi connessi con l’esplosione di tale ondata speculativa e degli inevitabili salvataggi pubblici.


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