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FINANZA/ L'Istat dà ragione alla Merkel

Negli ultimi giorni sembra crescere il fronte dei paesi che si oppongono al rigore tedesco. Eppure, spiega GIUSEPPE PENNISI, certi problemi dell’Italia dipendono da sue lacune specifiche

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

Al termine degli ultimi “vertici” europei e internazionali (al pari di quello in programma questa sera), i titoli dei principali quotidiani e i commenti dei maggiori editorialisti hanno posto l’accento sull’azione comune dei maggiori Stati del vecchio continente - e pure degli Usa - sulla cancelliera tedesca, Angela Merkel, perché assumesse posizioni “più flessibili” - ossia minore insistenza sul rigore in materia di finanza pubblica, trasferimenti agli Stati (e alle banche) in difficoltà e “socializzazione” almeno parziale del debito pubblico dell’eurozona.

Le sconfitte elettorali della Cdu in alcuni importanti Länder sono state lette in questo senso: pure dall’interno - si è scritto - si vorrebbe un Governo “più morbido”. Poco conta che questa non è la posizione del Parlamento tedesco, né, tanto meno, della Corte Costituzionale della Repubblica Federale. Contano ancora meno le lezioni della storia economica secondo cui, di fronte a difficoltà, le posizioni si irrigidiscono. Poco conta, soprattutto, che in molti paesi europei si dovrebbe considerare finita l’illusione sul fatto che l’euro avrebbe tolto le castagne dal fuoco a questo o a quello e avrebbe costretto la classe dirigente (e l’opinione pubblica) a riflettere sui veri problemi e su come risolverli.

Questo è il caso dell’Italia. L’accesso al gruppo di testa della moneta unica è stato presentato come un toccasana. Tanto più perché avveniva proprio mentre sembrava iniziare quella che veniva presentata come la seconda Repubblica. Ora, tale seconda Repubblica si sta spappolando prima ancora di essere uscita dall’adolescenza. Il "Rapporto annuale 2012" presentato ieri dall'Istat contiene i dati per fare un consuntivo degli ultimi vent’anni - i primi di trepida attesa se essere o meno accolti nel cotanto club della moneta unica e gli altri a produrre, competere e vivere nell’eurozona.  Le cifre dicono a tutto tondo che il male oscuro dell’economia italiana è la bassa, anzi bassissima produttività: ristagnante o quasi tra il 1992 e il 2002 e negli ultimi dieci anni fanalino di coda dell’Unione europea (Ue) a 27.

Rispetto alla media Ue abbiamo registrato un differenziale di crescita reale annuo della produttività pari a -1,2 punti percentuali. Se si continua di questo passo si rischia di arrivare a tassi di produttività da Paese in via di sviluppo con fin troppo chiare implicazioni in materia di redditi, risparmi, investimenti e potenziale di crescita.


COMMENTI
23/05/2012 - diritto del lavoro e costo energia.... (attilio sangiani)

la bassa produttività del lavoro ed i conseguenti bassi salari mi sembrano la con seguenza di vari fattori,tra i quali spiccano:1) il diritto del lavoro,che invano i giuslavoristi e l'attuale Governo cercano di riformare; 2) il costo della energia,il più alto d'Europa,a causa della rinuncia al nucleare,imposto all'elettorato da un fanatismo ambientalista che ignora i proressi decisivi in questo campo 3)vistose carenze nelle infrastrutture,molto necessarie datta la forma allungana Nord-Sud e la catena delle Alpi. Si pensi,ad esempio,alla fanatica e sciagurata opposizione di vistose minoranze,inclini anche alla violenza,come in Val di Susa; oppure alla pluridecennale opposizione al collegamento autostradale da Livorno a Roma. Tuuto cià scoraggia gli investimenti esteri e induce il capitale italiano ad investire all'estero,non solo per i più bassi salari...

 
23/05/2012 - L'Italia è malata (Giuseppe Crippa)

“Chi è causa del suo mal, pianga se stesso” e non se la prenda con la dottoressa (Merkel)