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ISTAT/ 1. Crisi e tasse mandano le famiglie in Grecia

Ieri l’Istat ha presentato il suo Rapporto annuale 2012, che contiene dati rilevanti anche sulle famiglie italiane. LUCA PESENTI commenta quelli più significativi

Il presidente del Consiglio Mario Monti (InfoPhoto) Il presidente del Consiglio Mario Monti (InfoPhoto)

Il racconto dei mali endemici dell’Italia è diventato un genere letterario monotono. Anno dopo anno, economisti, sociologi e statistici sono costretti a replicare un claim che, se non fosse drammaticamente reale, potrebbe cominciare a risultare stantio. Eppure questo racconto va fatto, perché è la storia dei nostri tempi non più sazi e un po’ più disperati di qualche anno fa.

La fotografia del Paese, scattata in quadricromia dal Rapporto annuale dell’Istat, riadatta questo racconto allungandolo nel tempo. Ma il risultato è sempre lo stesso: famiglie che faticano, tenore di vita che diminuisce, risparmi che evaporano. È il clima del crollo delle aspettative e delle prospettive. Negli ultimi quattro anni il potere d’acquisto è sceso di 5 punti percentuali, i consumi sono cresciuti più dei redditi disponibili. Per intendersi bene: la perdita in termini reali è stata di 1.300 euro a testa e la propensione al risparmio delle famiglie è scesa dal 12,6% all’8,8%.

È una contrazione che riguarda tutta la scala sociale, come se le famiglie fossero scese tutte (o quasi) di un gradino: la percentuale di chi si trova sotto la soglia minima di spesa (calcolata come media dei consumi complessivi) è infatti sostanzialmente identica da quindici anni, oscillante tra il 10 e l’11%. Non aumentano le disuguaglianze insomma: semplicemente un po’ tutti se la passano peggio di prima.

Ma se da questo calcolo (ovvero la cosiddetta “povertà relativa”) si passa a osservare l’andamento di quella assoluta, si scopre che c’è qualcuno che comunque sta peggio degli altri: dal 2005 a oggi, infatti, i poveri in senso assoluto sono cresciuti dal 4% al 4,6%. Stanno peggio, come sempre e più di sempre, le famiglie del Sud, quelle numerose e più in generale quelle dove ci sono figli piccoli. E ancora, stanno peggio le famiglie in cui c’è un solo percettore di reddito, per effetto di un modello di imposte dirette pensato sempre e soltanto per gli individui, mancando ancora e sempre una forma qualunque di tassazione famigliare.

Il dato è in questo caso impressionante: dove si lavora in due il rischio di povertà si ferma attorno al 2%, ma dove lavora soltanto l’uomo questa quota schizza al 40%. È un dato in cui il racconto solito del disagio si fa sfuggente, perché la tinta noir diventa prevalente e il contrasto con il pensiero unico anti-famigliare si fa marcato e abissale. Così come si osserva con imbarazzo crescente il drammatico risultato finale delle separazioni e dei divorzi, che spingono il dato del rischio di povertà per chi rimane solo oltre il 20% dei casi.


COMMENTI
28/05/2012 - euro ? poveri noi ! (luis carr)

Signori, ammettiamolo : chi ha accolto con favore l'euro, come chi per 8 anni ha creduto di trarne giovamento in tremini di freno all'inflazione e alla svalutazione, ha preso un enorme, gigantesco abbaglio ! L'industria italiana e l'Italia intera con la adozione della moneta unica (o meglio con il marco tedesco travestito) hanno perso, anno dopo anno, competitività; ci siamo impoveriti senza nemmeno accorgercene . Ancora oggi i professoroni del govermno e i saputelli parlanti o litiganti nei "talksciov" non capiscono che l'euro è il macigno al collo che ci sta trascinando sempre più a fondo e che prima ce ne liberiamo meglio sarà. Con l'euro le economie deboli e i paesi ad alto debito , i ben noti piigs, si stanno disintegrando.

 
23/05/2012 - Tutto il mondo è paese (claudia mazzola)

Riordinando fotocopie mi capitano in mano ricevute bancarie fatte nel 1999/2000. Incredibile, importi in lire stratosferici, tanto lavoro, i clienti investivano e il fatturato lievitava per tutti. Dal 2001 con l'arrivo dell'euro è stato un calo di anno in anno fino ad oggi dove al massimo presentiamo alla banca una misera ri.ba. Non lo dico per incolpare qualcuno, ma se almeno non tornano i tempi dell'oro non ci restino però quelli delle facce da bronzo.