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ISTAT/ 1. Crisi e tasse mandano le famiglie in Grecia

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Il presidente del Consiglio Mario Monti (InfoPhoto)  Il presidente del Consiglio Mario Monti (InfoPhoto)

Il racconto dei mali endemici dell’Italia è diventato un genere letterario monotono. Anno dopo anno, economisti, sociologi e statistici sono costretti a replicare un claim che, se non fosse drammaticamente reale, potrebbe cominciare a risultare stantio. Eppure questo racconto va fatto, perché è la storia dei nostri tempi non più sazi e un po’ più disperati di qualche anno fa.

La fotografia del Paese, scattata in quadricromia dal Rapporto annuale dell’Istat, riadatta questo racconto allungandolo nel tempo. Ma il risultato è sempre lo stesso: famiglie che faticano, tenore di vita che diminuisce, risparmi che evaporano. È il clima del crollo delle aspettative e delle prospettive. Negli ultimi quattro anni il potere d’acquisto è sceso di 5 punti percentuali, i consumi sono cresciuti più dei redditi disponibili. Per intendersi bene: la perdita in termini reali è stata di 1.300 euro a testa e la propensione al risparmio delle famiglie è scesa dal 12,6% all’8,8%.

È una contrazione che riguarda tutta la scala sociale, come se le famiglie fossero scese tutte (o quasi) di un gradino: la percentuale di chi si trova sotto la soglia minima di spesa (calcolata come media dei consumi complessivi) è infatti sostanzialmente identica da quindici anni, oscillante tra il 10 e l’11%. Non aumentano le disuguaglianze insomma: semplicemente un po’ tutti se la passano peggio di prima.

Ma se da questo calcolo (ovvero la cosiddetta “povertà relativa”) si passa a osservare l’andamento di quella assoluta, si scopre che c’è qualcuno che comunque sta peggio degli altri: dal 2005 a oggi, infatti, i poveri in senso assoluto sono cresciuti dal 4% al 4,6%. Stanno peggio, come sempre e più di sempre, le famiglie del Sud, quelle numerose e più in generale quelle dove ci sono figli piccoli. E ancora, stanno peggio le famiglie in cui c’è un solo percettore di reddito, per effetto di un modello di imposte dirette pensato sempre e soltanto per gli individui, mancando ancora e sempre una forma qualunque di tassazione famigliare.

Il dato è in questo caso impressionante: dove si lavora in due il rischio di povertà si ferma attorno al 2%, ma dove lavora soltanto l’uomo questa quota schizza al 40%. È un dato in cui il racconto solito del disagio si fa sfuggente, perché la tinta noir diventa prevalente e il contrasto con il pensiero unico anti-famigliare si fa marcato e abissale. Così come si osserva con imbarazzo crescente il drammatico risultato finale delle separazioni e dei divorzi, che spingono il dato del rischio di povertà per chi rimane solo oltre il 20% dei casi.


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COMMENTI
28/05/2012 - euro ? poveri noi ! (luis carr)

Signori, ammettiamolo : chi ha accolto con favore l'euro, come chi per 8 anni ha creduto di trarne giovamento in tremini di freno all'inflazione e alla svalutazione, ha preso un enorme, gigantesco abbaglio ! L'industria italiana e l'Italia intera con la adozione della moneta unica (o meglio con il marco tedesco travestito) hanno perso, anno dopo anno, competitività; ci siamo impoveriti senza nemmeno accorgercene . Ancora oggi i professoroni del govermno e i saputelli parlanti o litiganti nei "talksciov" non capiscono che l'euro è il macigno al collo che ci sta trascinando sempre più a fondo e che prima ce ne liberiamo meglio sarà. Con l'euro le economie deboli e i paesi ad alto debito , i ben noti piigs, si stanno disintegrando.

 
23/05/2012 - Tutto il mondo è paese (claudia mazzola)

Riordinando fotocopie mi capitano in mano ricevute bancarie fatte nel 1999/2000. Incredibile, importi in lire stratosferici, tanto lavoro, i clienti investivano e il fatturato lievitava per tutti. Dal 2001 con l'arrivo dell'euro è stato un calo di anno in anno fino ad oggi dove al massimo presentiamo alla banca una misera ri.ba. Non lo dico per incolpare qualcuno, ma se almeno non tornano i tempi dell'oro non ci restino però quelli delle facce da bronzo.