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FINANZA/ 1. Ecco il fondo tedesco che può ancora salvare l'Europa (e l'Italia)

Pubblicazione:giovedì 24 maggio 2012

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

Dietro al rischio di panico c’è anche imperizia tecnica. Si è arrivati a chiedere ai singoli paesi piani straordinari per far fronte a una uscita della Grecia dall’euro. Chiederlo in anticipo? Ma scherziamo? Quando nel 1971 Nixon decise di interrompere la convertibilità del dollaro in oro dando il via alla nuova era del capitalismo finanziario, lo annunciò a Ferragosto come un fulmine a ciel sereno.

Ancor più grave è l’ignavia politica. L’ultimo vertice europeo non ha dato nessun esito. E ha messo in luce dissensi che si fanno incolmabili, perché non si tratta di divergenze tecniche, ma di una vera e propria divisione strategica che coinvolge la percezione che i diversi paesi hanno di se stessi. I giornali scrivono di un asse Hollande-Monti che rimpiazza quello tra la Merkel e Sarkozy. In realtà, l’Europa si sta rinazionalizzando, l’Unione si trasforma in disunione. E ciò comincia proprio dalla Germania.

Alla cena di Bruxelles “stanno servendo una minestra di debiti”, ha scritto la Bild che esprime sempre lo stato d’animo della piazza tedesca. Siccome debito si dice Schuld che significa anche colpa, quello del giornale popolare (vende oltre 4 milioni di copie) è un gioco di parole perfido. Schuldensuppe vuol dire anche una zuppa di biasimo. In sostanza, il resto d’Europa starebbe scaricando sulla Germania ancora una volta le sue colpe storiche a cominciare dall’Olocausto. Lo ha scritto in modo chiaro e tondo un ex esponente della Bundesbank, Thilo Sarrazin in un nuovo libro controverso intitolato “L’Europa non ha bisogno dell’euro”. Nazionalista e reazionario, come lo accusano autorevoli esponenti della Spd? Senza dubbio. Ma non è l’unico se ormai le borse non credono più all’euro. O se, sia pur nel piccolo di una caricatura di provincia, il nuovo sindaco di Parma vorrebbe introdurre addirittura una moneta cittadina (nemmeno la Lega era mai arrivata a tanto).

Guido Westerwelle, ministro degli esteri tedesco e capo del partito liberale, propone un piano in sei punti per rilanciare la crescita, pieno di buone intenzioni e proposte interessanti, ma anche lui, che non è né nazionalista, né reazionario, tira la palla lontano, troppo lontano, preferisce parlare di programmi a medio termine anziché affrontare la questione che è davanti a tutti noi adesso: uscire dall’emergenza, qui e ora.

Gli strumenti tecnici non mancano. Abbiamo già detto della politica monetaria. Quanto ai governi, se volessero potrebbero uscire dai loro dilemmi paralizzanti. Il consiglio degli economisti tedeschi, un organismo ufficiale che serve da think tank per governo e parlamento, ha proposto un’idea ingegnosa, che richiama per molti versi il Tarp americano e serve ad aggirare l’opposizione politica agli eurobonds. Si tratta di collocare in un fondo straordinario la quota dei debiti pubblici che eccede il 60% del prodotto lordo, il limite fissato a Maastricht. Per finanziarsi il nuovo strumento potrebbe emettere titoli garantiti dai governi che, quindi, potrebbero ottenere la tripla A. L’obiezione politica di fondo (cioè quella di accollare ai paesi virtuosi le colpe dei paesi viziosi) verrebbe a cadere perché i debiti restano in testa a chi li ha accesi, ma non peserebbero più sui bilanci pubblici, favorendo il ritorno al pareggio e consentendo di usare la politica fiscale anche in funzione anti-congiunturale (cosa prevista dal fiscal compact).


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