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FINANZA/ Da Barcellona a Parigi, una miccia pronta a far saltare l’Europa

Pubblicazione:giovedì 3 maggio 2012

Foto: Infophoto Foto: Infophoto

Mario Draghi, verrebbe da dire, ha scelto la cornice adatta per mettere a disagio i falchi della Bundesbank sul fatto che qualcosa non funziona nella terapia teutonica della crisi, tutta austerità e niente sviluppo. Oggi, infatti, come capita due volte l’anno, la Banca centrale lascia la confortevole sede dell’Eurotower di Francoforte per una tappa itinerante. Ma stavolta i membri del direttorio non verranno accolti dalla solenne e austera cornice della Berlino post-moderna, come accadde pochi mesi fa, bensì se la vedranno con Barcellona, turbolenta e arrabbiata capitale del dissenso della vecchia Europa. Tanto che, in vista del meeting dei banchieri, la Spagna ha sospeso l’accordo di Schengen e inviato 6.500 poliziotti di rinforzo alla polizia catalana.

In realtà, è da escludere che dietro la scenografia del summit più drammatico per l’Europa ci sia la mano di Draghi: le sedi dei summit sono scelte con largo anticipo. Anzi, c’è il sospetto che la decisione di far tappa a Barcellona, a suo tempo, sia stata presa nella convinzione che, di questi tempi, l’Ue si sarebbe lasciata alle spalle i problemi più drammatici, Grecia in testa. Ahimè, mai ottimismo fu più improvvido. Risuona sinistro il vaticinio lanciato meno di due settimane fa da George Soros a Berlino in occasione del meetig del suo Institute for New Economic Thinking: la situazione dell’Unione europea ricorda quella dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni Novanta. Una provocazione? Vero, ma nemmeno peregrina vista la situazione.

Quindici Paesi su 27 della Comunità europea sono ufficialmente in recessione. Sul piano politico, l’elettorato anti-europeo conta un voto su tre in Francia (ammesso e non concesso che gli elettori di François Hollande e Nicolas Sarkozy siano tutti pro-Bruxelles) e si profila un voto di protesta anti-euro sia in Grecia che in Irlanda. L’involuzione finanziaria dello spazio comune è ancor più preccupante: il 39% delle risorse raccolte dalle banche italiane grazie all’operazione Ltro voluta da Draghi è servita a comprare titoli di Stato abbandonati dalle controparti del Nord Europa. La percentuale sale addirittura al 48% per la Spagna.

Insomma, il debito sta tornando “domestico”. E l’assenza di capitali, dirottato sul debito pubblico, riduce le già scarse risorse da destinare agli investimenti. L’austerità si traduce, in assenza della valvola di sfogo della svalutazione, in una brutale deflazione (meno occupati, più emigrazione, meno salario) per il Sud Europa che rischia, a giudicare dagli ultimi numeri, di infettare anche le capitali del Nord: un debitore che smette all’improvviso di far nuovi debiti mette in crisi anche il creditore. Di riflesso, nota Soros, alla Bundesbank si sta già studiando lo scenario di una possibile scissione, con l’evidente preoccupazione di ridurre ancora il rischio del non pagamento da parte degli Stati del Sud. Solo un esercizio teorico, ma, nota Soros, idee del genere possono accelerare processi destinati a diventare realtà.


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