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GEOFINANZA/ Il “trucco” che può salvare la Spagna

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È infatti del 5% l’aumento dell’haircut che richiederà il collaterale della Bce una volta che tutte le agenzie di rating avranno portato la loro valutazione a BBB+ o meno: ovviamente, un tale accadimento porterebbe con sé un grosse margin calls e necessità di cash per le banche che sono più esposte e meno in grado di ottenere quella stessa liquidità. L’altro numero è 10%, ovvero il livello critico per la percentuale di assets bancari finanziati direttamente dalla Bce sul totale, quota che storicamente ha significato la necessità di significative emissioni equity per ritornare a un normale livello di finanziamento sul mercato privato. Il sistema bancario spagnolo è già oggi a quota 11%, mentre quello italiano è attualmente al 7,7%.

Insomma, il mondo sta bruscamente risvegliandosi di fronte alla situazione spagnola, realizzando - con colpevole ritardo - che la sconnessione tra debito sovrano e banche è la chiave unica per stabilizzare i mercati. E che la situazione stia sfuggendo rapidamente di mano lo conferma il fatto che il governo spagnolo stia discutendo con le banche un piano per accorpare i mutui immobiliari inesigibili in una o più società di asset management in modo da migliorare i bilanci degli istituti di credito.

Una prima opzione sul tavolo sarebbe appunto quella di un intervento statale che andrebbe però finanziato in ultima istanza dall’Ue: ipotesi che il governo conservatore del premier Mariano Rajoy intende evitare, sia perché costituirebbe un duro colpo per la credibilità spagnola, sia per le onerose condizioni che accompagnerebbero un intervento di Bruxelles. L’alternativa - in linea con le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale - è un piano di tipo “bad bank”, sebbene Madrid contesti il termine in quanto la società o le società risultanti non sarebbero delle banche e gli istituti potrebbero ricorrervi solo dopo aver accantonato liquidità sufficiente: il vantaggio sarebbe quello di permettere alle banche di dedicarsi al core business del credito a spese dell’immobiliare. Il problema è che per le banche, spagnole e non, il credito non è più core business da anni! Il problema è che, come quasi sempre accade per ciò che riguarda l’Europa, c’è il trucco. E, peggio ancora, la fregatura.

Al netto di un secco “no” alla prima ipotesi - la Germania ha già detto no e i mercati massacrerebbero Madrid -, la seconda sconta una criticità: si tratterebbe di creare uno Special Purpose Vehicle (Spv), la cui responsabilità ricadrebbe formalmente sulle banche stesse e non sulle casse pubbliche. Beh, niente male: per una volta pagano i banchieri e non la gente con le sue tasse! Credeteci se volete. Mettiamo caso che il reale valore mark-to-market di quei prestiti tossici sia oggi il 40% del valore facciale, ma che le banche spagnole lo tengano iscritto a bilancio all’80% del valore facciale, cosa che in effetti stanno facendo. Onde evitare di dover offrire al mercato i conti e i bilanci reali e finendo così in bancarotta, le banche spagnole sono ricorse alla più classica delle sciarade.

Fino a oggi, però, visto che adesso lo European Statistics Office vuole esaminare i bilanci, scelta che ha mandato nel panico gli istituti iberici e, casualmente, fatto nascere nel governo spagnolo l’urgenza per questa ipotesi “bad bank”: tu guarda a volte le coincidenze, temporali e non. Ma arrivare alla prima soluzione, quella che richieda l’intervento finale dell’Ue, significherebbe spedire Madrid a fare compagnia agli altri governi commissariati da Berlino e Bruxelles. Quindi, cosa c’è di meglio che mettere tutti i prestiti cattivi in un bel Spv e farli sparire magicamente? Le banche, così facendo, non dovrebbero pagare il conto del mark-down dei prestiti rispetto al reale valore facciale, li getterebbero nel calderone all’80% che oggi spacciano come valore iscritto a bilancio e diventerebbero immediatamente off-the-balance, ossia uscirebbero dai bilanci, tramutando magicamente banche alle soglie della bancarotta in affidabilissimi istituti scandinavi.


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