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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ Italia-Europa, prove generali di divorzio?

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Di cosa si tratta? In pratica, messe sullo stesso livello dall’eliminazione di barriere e poi dalla moneta comune, le economie europee hanno concentrato le proprie risorse su ciò che sapevano fare meglio, abbandonando lungo la via dell’integrazione quelle attività minacciate dall’eccellenza di altri paesi membri. È chiaro da subito che si tratti di un fenomeno dalle conseguenze ambivalenti e qualche numero aiuta a circostanziare questa sensazione.

Secondo dati Chelem, confrontando le fotografie economiche dell’Ue a distanza di un decennio (1995-2006), tre grandi cambiamenti emergono e tutti sono riconducibili alla specializzazione. Innanzitutto, paesi come Germania, Francia e Olanda hanno abbandonato il settore primario per consolidare le posizioni industriali occupate dai grandi gruppi nazionali. Questi paesi si sono dunque specializzati nel settore farmaceutico, aeronautico e meccanico, nella filiera alimentare, nella logistica e nella grande distribuzione. Un secondo blocco di paesi, capitanati dalla Svezia, ha abbandonato primario e secondario per specializzarsi esclusivamente nel terziario, in particolare nell’informatica, nei servizi alle imprese, nei media e nei servizi finanziari. Oltre alla già citata Svezia, fanno parte di questo gruppo anche Regno Unito, Irlanda, Finlandia, Belgio e Lussemburgo.

A questo punto, qualcuno noterà che nella lista dei settori manca l’indiziato numero uno di ogni analisi economica, il manifatturiero. Qui, infatti, la situazione si complica e il terzo cambiamento spiega bene perché. L’allargamento a est dell’Unione europea ha ridotto la specializzazione manifatturiera degli altri paesi membri, mentre i neo arrivati dell’Est Europa si sono integrati nel - ben presidiato - tessuto economico europeo, affidandosi sempre più al manifatturiero. E così Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria si sono specializzate nell’industria automobilistica, in quella meccanica, nell’elettronica e negli altri segmenti della produzione industriale a tutto vantaggio di chi per ragioni storiche e geografiche è diventato il grande committente di questo enorme bacino produttivo. La Germania, ovviamente. Per quei paesi che negli anni ‘90 avevano iniziato una specializzazione manifatturiera, l’allargamento a est ha imposto, invece, un cambio di strategia. E in alcuni casi, ai problemi creati dall’allargamento europeo - e su cui l’Ue ha raramente trovato soluzioni comuni - gli stati nazionali hanno risposto con ricette a dir poco catastrofiche.

“Il 2009 sarà duro” annunciò con un sorriso un po’ meno smagliante del solito l’allora primo ministro Zapatero. La dichiarazione arrivava alla vigilia del Natale 2008 e per una volta, mercati, euroburocrati e osservatori furono tutti concordi nel dargli ragione. Quello che a oggi resta ancora materia di dibattito, è come un Paese intero possa essersi spinto a specializzarsi quasi esclusivamente in due settori, turismo e immobiliare. La Spagna non è sola nel club degli “iperspecializzati”. Anche in Grecia l’economia si è concentrata in due settori, i trasporti marittimi e turismo. Quest’ultimo è anche la principale voce a bilancio per il Portogallo, mentre nel caso del Regno Unito i servizi bancari e assicurativi rappresentano di gran lunga il settore più competitivo e quindi più vasto rispetto agli altri paesi europei.

E l’Italia? Ancora una volta, il Bel Paese merita un discorso a parte. Per due motivi. Innanzitutto, l’Italia è il Paese meno specializzato in Europa (sono sempre dati Chelem), confermando una lunga tradizione di artigiani e piccole medie imprese rispetto a quei grandi gruppi che altrove hanno svolto un ruolo di catalizzatori nel processo di specializzazione. Alla diversificazione si aggiunge un secondo elemento: l’Italia è l’unico Paese europeo ad aver migliorato rispetto agli altri la propria competitività industriale dagli anni ’90 fino al 2006. I settori di punta sono il tessile, l’abbigliamento e tutta la filiera meccanica, ossia i tradizionali punti di forza delle Pmi nostrane. Perché allora l’Italia non è il paese del Bengodi?


COMMENTI
09/05/2012 - considerazioni forse banali ma in cerca di rispost (francesco taddei)

vorrei segnalare due cause della specificità italiana: 1)mancanza di visione del futuro e quindi programmazione politico-economica 2)inesistente peso nelle relazioni/decisioni della UE infine una domanda: è forse un'empità dire che se per decidere qualcosa contano solo 2 o 3 tre su 27 paesi forse l'europa va ripensata?