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FINANZA/ Bertone: le due ultime carte per salvare Europa e Italia

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Il destino, insomma, ci offre un prezioso aiuto. Guai a sprecarlo. Ne è consapevole il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che chiede “un cambio di passo” della politica. Ne è più che mai cosciente Mario Draghi, deciso a riprendere in mano l’iniziativa così come nello scorso novembre quando i prestiti della Bce evitarono il collasso da liquidità. Anche stavolta, con il tacito consenso dei tedeschi, la Bce allargherà i cordoni della Borsa con iniezioni di liquidità, qualora necessario. Ma la gravità della situazione impone di andare al di là del palliativo. Ma in che direzione?

Per capirlo si può chiedere aiuto a Richard Koo , strategist di Nomura, che ha tenuto poche settimane fa una seguitissima conferenza a Berlino nella sede della Bundesbank, nonostante professi idee opposte a quelle della banca centrale. Koo, probabilmente il massimo studioso della crisi giapponese, ha sottolineato l’“anomalia” della crisi europea: Giappone, Regno Unito e Usa non hanno fondamentali migliori dell’eurozona, ma possono contare su tassi di interesse del debito sovrano vicini ai minimi. L’area dell’euro, invece, è da sempre spaccata in due.

Negli anni delle vacche grasse, quando la finanza snobbava il rischio, i capitali correvano verso Madrid o Atene perché attrattati da rendimenti allettanti. Il risultato è stata la bolla del mattone in Spagna e un’euforia da spesa irresponsabile in Grecia. Ma quando gli equilibri si sono rovesciati, si è scatenato un fenomeno ancor più perverso: ad esempio, la minor spesa pubblica italiana, spiega Koo, ha liberato risorse che, in assenza di vincoli, si sono indirizzate verso l’area dell’euro che offriva la maggior sicurezza. Un circolo vizioso da cui, secondo Koo, ci si può liberare con un provvedimento drastico: chiudere il mercato del debito sovrano agli stranieri, i Btp devono poter essere comprati solo dagli italiani, i Bund dai tedeschi e così via.

Una provocazione teorica, impossibile da realizzare. Ma che, come tutte le provocazioni, ha un fondo di verità, ben noto a Mario Draghi: non è possibile uscire dall’attuale congiuntura suicida in cui, con poca spesa, pochi vulture fund possono scatenare l’Armageddon finanziario senza tenere in minimo conto i miglioramenti di un Paese. Di qui la necessità di dotare i regulator e le autorità delle armi di pronto intervento, spogliando le autorità nazionali di poteri che si sono rivelati deboli.

Certo, sul fronte delle riforme si deve andare avanti. E, su questo terreno non tutti hanno le carte in regola, cosa abbastanza comprensibile dato che si tratta di far marciare 17 governi. Ma d’altro canto, nessuno attacca il dollaro perché la California è fuori budget o la Florida non riesce a riemergere da una drammatica crisi del mattone, più grave di quella irlandese. Occorre lanciare, in tempi brevi, un forte segnale politico. Come ben sa Mario Draghi che ieri ha lanciato un pesante affondo davanti al parlamento europeo contro gli errori e le manchevolezze della Banca di Spagna che ha lasciato degradare la situazione di Bankia nascondendo la gravità della crisi alle autorità di Francoforte. Ma, ha aggiunto, la stessa critica vale per la banca centrale del Belgio che ha evidenziato gli stessi limiti in occasione del default di Dexia. Per non parlare delle mille omissioni più o meno consentite dalle autorità inglesi di fronte alla voragine di Royal Bank of Scotland, salvata a caro prezzo dai contribuenti inglesi.


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