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FINANZA/ 1. Italia, dieci ragioni per cominciare a tremare

Pubblicazione:martedì 12 giugno 2012

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Terzo, 100 miliardi di euro sono una bella cifra, ma guardando in faccia la disastrosa realtà bancaria spagnola scopriamo che solo verso il settore immobiliare, le banche iberiche sono esposte per 400 miliardi di euro, 150 dei quali già oggi definiti come tossici, ovvero inesigibili: una volta che queste perdite verranno messe davvero a bilancio, cosa se ne faranno dei 100 miliardi dell’Ue? Tanto più che la situazione del real estate iberico è definita tendente a una china da subprime statunitense dalla maggior parte degli analisti, europei e non. Dati recentemente diffusi dal Knight Frank Global House Index ci dicono che il valore delle proprietà immobiliari spagnole è sceso del 7,3% annualizzato alla fine dello scorso marzo, mentre dati ufficiali iberici parlano di un -20% dal picco della bolla creata dal governo Zapatero: peccato che questo dato sia basato sulle valutazioni delle banche, le quali ovviamente hanno tutto da guadagnare a non valutare il dato reale mark-to-market e le vendite effettive. Stime più credibili parlano chiaramente di un -30% dal picco e con tendenza a peggiorare, fino a quota -50% che dovrebbe essere il floor prima di risalire, esattamente come accaduto in Irlanda. Non a caso, un recente report di JP Morgan parlava di necessità reali di ricapitalizzazione delle banche spagnole valutabili in 350 miliardi di euro.

Quarto, in tema di Irlanda, ecco cosa è trapelato ieri da fonti governative di Dublino attraverso la France Press: «L’Irlanda vuole rinegoziare il suo piano di salvataggio al fine di beneficiare dello stesso trattamento della Spagna, la quale pare otterrà il salvataggio delle proprie banche senza dover dar vita, in cambio, ad alcun riforma economica in grande stile». Insomma, un’altra forma di contagio. La quale, potrebbe rivelarsi decisiva in vista del delicatissimo voto politico di domenica in Grecia, visto che la sinistra di Syriza, accreditata come primo partito e decisa a rinegoziare essa stessa i piani di austerity, potrebbe dimostrare all’elettorato che un’alternativa al rigore tout-court esiste e la Spagna ne ha beneficiato. Il giochino messo in pratica da Ue e Madrid, infatti, è ingegnoso, ma un po’ troppo furbetto: i soldi dell’Efsf, visto che l’Esm nascerà solo a luglio, andranno infatti non a Madrid come governo ma al Frob, il fondo per la ricapitalizzazione delle banche iberiche, evitando quindi l’effetto commissariamento tout court che impone agli altri governi, come appunto quello di Atene, la dolorosa agenda di tagli e riforme. E perché Atene non dovrebbe poter rinegoziare il suo piano di salvataggio?

Quinto, subordinazione. Di fatto i prestiti dell’Efsf viaggiano pari passu con i bonds esistenti, trasformando il cosiddetto il settore ufficiale (vedi la Bce) in creditore senior. All’ora di pranzo di ieri, è stata la stessa Commissione Ue a confermare che «qualsiasi aiuto che arrivasse dall’Esm, che è atteso cominci a funzionare dal prossimo mese, avrebbe status di creditore privilegiato, secondo solo al Fmi». Gli ottimisti si fanno forza del fatto che i 100 miliardi dell’Ue rappresentano solo il 13% del debito pubblico spagnolo, circa il 10% del Pil del 2011. Vero, peccato che nell’arco di una settimana le necessità di ricapitalizzazione delle banche spagnole è salita da 40 a 100 miliardi: si fermerà qui o salirà ancora dopo il 21 giugno, data entro la quale Madrid dovrà comunicare il dato reale? Il fatto che ieri Goldman Sachs invitasse la gente ad acquistare bonds spagnoli a breve scadenza come un vero affare, fa venire altri dubbi: se Goldman vuole vendere, di solito è meglio non comprare. Inoltre, non si sa quali saranno i creditori dell’operazione Efsf-Frob, né se ci sarà un’emissione obbligazionaria: si sa, però, che ci sarà subordinazione e questo non è certo un viatico per acquisti di massa di bonds spagnoli, visto il precedente greco.


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