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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ I guai di Obama dietro gli "attacchi" all’euro

Barack Obama (Infophoto)Barack Obama (Infophoto)

Ma come preannunciato, a rovinare la corsa alla rielezione c’è un terzo e insidioso problema: nell’arco dei prossimi due o tre trimestri, a cavallo quindi del nuovo mandato, il debito pubblico dovrebbe raggiungere il tetto massimo stabilito dal Congresso. Trattandosi di numeri decisi sulla base di accordi politici, è chiaro che questo “debito assoluto” non sia scritto su tavole di pietra e probabilmente il Congresso troverà una scappatoia per dare nuovo ossigeno alle finanze pubbliche. Il problema è che si tratterebbe del settimo innalzamento firmato dal Presidente Obama, sotto il cui mandato il budget di debito è passato da 9 a 16,4 trilioni di dollari.

A rendere la situazione tragicomica hanno contribuito i dati incoraggianti sull’occupazione. Negli ultimi dodici mesi il tasso di disoccupazione è sceso dal 9,1% all’8,2% e, secondo il Congressional Budget Office, senza adeguate misure di crescita l’austerità avrebbe un solo risultato: una nuova ondata di recessione. È una situazione difficile per entrambi gli schieramenti, ma se Obama dovesse trovarsi a gestire questa congiuntura da lacrime e sangue durante il secondo mandato, il partito democratico potrebbe abbandonare ogni ambizione presidenziale per i prossimi cinquant’anni. Per gli Stati Uniti e, più prosaicamente, per il Presidente uscente esiste una soluzione al Taxmageddon?

Guardando al cambio euro/dollaro, un’opzione ci sarebbe. È una di quelle strategie che non si trovano sui manuali di scienze delle finanze, ma si sa che oltreoceano attori e cowboys in politica hanno sempre avuto più successo dei tecnici. Piagato dalle crisi dei debiti nazionali, l’euro si sta inesorabilmente indebolendo nei confronti del dollaro. Nelle turbolenze del 2008, quando gli Usa favorivano la svalutazione del biglietto verde per ridurre il debito pubblico sui mercati esteri, l’euro toccò il suo picco di sempre a 1,5990 dollari. Oggi le valute si scambiano a 1,250 dollari per un euro e alcuni media finanziari, tra i quali il canale Cnbc, ipotizzano apertamente un ritorno alla parità uno a uno.

A questo punto, per gli investitori che progressivamente hanno abbandonato i bassi rendimenti in dollari per assumere esposizioni in euro, si aprono scenari insidiosi. Se sui mercati passa l’idea che i problemi statunitensi siano una conseguenza della crisi europea, allora al peggiorare della situazione finanziaria la credibilità della ricetta di Washington resterà intatta. E in caso di tenuta economica, la Fed ha già dichiarato la propria disponibilità per una nuova iniezione di liquidità.

Di contro, l’euro rischia di diventare il parafulmine di problemi che nulla hanno a che vedere con gli errori commessi a Bruxelles, Taxmageddon incluso. Ed ecco la questione spinosa: per chi ha scelto di investire nell’eurozona restano pochi mesi per decidere se rinnovare la propria fiducia all’euro o abbandonare in corsa la moneta unica. Il Presidente uscente potrebbe quindi scongiurare il Taxmageddon, ma si tenga a mente che il prezzo da pagare sarebbe regolato in euro.

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