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FINANZA/ Bertone: il futuro dell’euro si gioca in Italia

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d) La soluzione potrebbe stare nel “redemption fund”. In sintesi: l’Europa si fa carico delle garanzie del debito pubblico oltre il 60% del Pil. In cambio i Paesi si impegnano a rientrare in quel limite. Il che per l’Italia sta a indicare uno sforzo annuo di una trenatina di miliardi. In più, occorre fornire sul 60% dell’Ue, garanzie reali (l’oro della Banca d’Italia, ad esempio). Sembra l’ipotesi più concreta, ma comunque non immediata.

e) L’Europa, insomma, di sicuro uscirà dal vertice con qualche annuncio importante e solenne. Ma è assai difficile che metta sul piatto risorse e convinzioni politiche sufficienti a modificare l’opinione dei mercati che danno l’euro a grave rischio. Il tempo, però, gioca contro: gli Usa, a partire da luglio dovranno pensare ai loro problemi fiscali; la Cina, alla vigilia della staffetta al vertice dello Stato e del Partito è concentrata su se stessa, semmai decisa a isolare il celeste Impero dalle follie degli europei.

Insomma, non c’è di che stare allegri. Si continua a danzare sull’orlo del vulcano, nel timore che possa precipitare la crisi della moneta unica. Un’eventualità concreta che, però, è anche l’unica garanzia che il Vecchio Continente sia obbligato a tener la guardia alta e a tentare la strada di una soluzione che chiederà rinunce un po’ a tutti. Anche all’Italia, che pure di sacrifici ne ha già chiesti non pochi ai suoi cittadini. E altri ne chiederà se vorrà ostinarsi a farsi del male. Ovvero, a guardare al numero degli esodati, ma non alle cause che hanno consentito di scaricare sulle spalle dello Stato la sorte di tanti cittadini che potevano e spesso volevano continuare a lavorare. O a lanciare grida di dolore sulla sorte dei giovani senza lavoro una volta al mese, quando escono le statistiche dell’Istat salvo poi alzare la saracinesca ogni volta che si profila una mossa verso la flessibilità vera che può garantire una strategia per l’occupazione.

L’Italia che già affila le armi per vanificare gli sforzi di Monti a privatizzare per davvero il patrimonio pubblico e gli assets. Quella burocrazia, statene certi, è più tosta e rigida di frau Merkel.



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COMMENTI
15/06/2012 - i termini del problema (Fabrizio Terruzzi)

per risolvere un problema prima bisogna identificarlo nei suoi giusti termini. Primo problema: non è possibile che un paese continui ad accumulare, senza limiti, surplus commerciali e crediti nei confronti dei partner e che essi continuino a indebolirsi nei suoi confronti anziché ricuperare posizioni(vds ad es. il differenziale dei tassi di interesse e non solo). In un mercato unico o si cresce, in una certa misura, tutti assieme oppure si generano tali squilibri da rendere impossibile la convivenza (e i colossali crediti commerciali accumulati sarebbero inesigibili). Quindi se la Germania vuole continuare a crescere nell'Euro si deve occupare anche degli altri, di come trainarli altrimenti tanto vale che se ne vada per conto suo. Sarebbe meglio per tutti. Secondo problema: non si tratta semplicemente di crescere quanto di riequilibrare la competitività dei vari paesi all'interno dell'UE e sul mercato globale. La crescita deve derivare da una maggiore competitività altrimenti sarebbe solo drogata, destinata ad esaurirsi presto, lasciando inalterato il problema di fondo. Qui siamo nella situazione di una gara in cui qualcuno corre libero ed altri con le gambe legate in un sacco. Non si può semplicemente dire "ve lo siete voluto, peggio per voi". Forse prima di parlare di soluzioni i partner europei farebbero bene a mettersi d'accordo sui termini del problema. Altrimenti è un continuo mettere pezze senza risolvere definitivamente niente. Una pena via l'altra.