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FINANZA/ Ecco perché i mercati hanno "bocciato" il voto greco

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A cui mi piace, però, contrapporre le parole dell’ex ministro, Renato Brunetta, ieri su Il Giornale: «Se Atene è al collasso, ecco come Berlino è riuscita a crescere a scapito degli altri Stati, facendo ricca la propria economica e tenendo i partner sotto lo scacco del rigore. Già nei principi del trattato che ha fatto nascere l’euro, si annida il virus che adesso sta distruggendo la moneta unica. I paesi più fragili ottengono un tasso di interesse più basso del dovuto, ma non sfruttano questo vantaggio per sistemare i conti, mentre i membri più forti come la Germania ottengono un tasso di cambio più vantaggioso che favorirà l’export. Smettiamola col dire che la Germania paga per tutti».

Tanto più che, diciamolo per l’ennesima volta, se Angela Merkel non avesse voluto pensare unicamente alle sue banche e assicurazioni (le stesse che hanno innescato la crisi estiva dello scorso anno, gridando ai quattro venti che stavano vendendo bonds periferici e comprando cds), garantendo loro il tempo necessario a scaricare le loro detenzioni di debito greco, la situazione di Atene si sarebbe potuta chiudere già tre anni fa con 130 miliardi di euro. Insomma, grazie all’atteggiamento tedesco, nonostante il geniale salvataggio del sistema bancario spagnolo e l’esito sperato delle elezioni ad Atene, ieri i mercati sono sprofondati.

Il perché è presto detto. Primo, il rischio di un default greco con uscita dall’eurozona è tutt’altro che scongiurato, nonostante il voto. Tanto più che, a conti fatti, il 52% dei cittadini ellenici ha votato per partiti dichiaratamente anti-memorandum, fatto che spiega l’immediata presa di posizione di Samaras al riguardo, desideroso com’è di chiudere in fretta le consultazioni e varare un governo di emergenza nazionale. Il debito totale greco, oggi, grazie ai mille salvataggi e allo swap che ha subordinato mezzo mondo, è ora di 1,3 trilioni di dollari, la gran parte del quale in pancia alle Bce sotto forma di obbligazioni sovrane dirette o di securities come prestiti, mutui e asset-backed garantite da banche fallite, insolventi o ancora vive solo per l’aiuto continuo e diretto dell’Ue o da governi i cui conti certamente non rappresentano un collaterale accettabile.

Fino a oggi, non si è fatto altro che azzerare debito greco creandone di nuovo: queste elezioni non sono la soluzione a nulla, semplicemente garantiscono all’Ue un negoziatore meno oltranzista con cui scontrarsi. Tuttora, poi, le nazioni dell’Ue hanno un’esposizione totale di 552 miliardi di euro verso l’economia greca attraverso appunto i due salvataggi, i prestiti della Banca centrale (politiche monetarie della Bce, programma Smp, Target2 ed Ela) e quelli del settore bancario: il 67% in più rispetto al giugno dello scorso anno! Vediamo nel dettaglio: l’Austria è esposta per 15,5 miliardi, il Belgio per 17,7, Cipro per 1,1, l’Estonia per 0,7 miliardi, la Finlandia per 8,5, la Francia per 138,9, la Germania per 139,4, la Grecia stessa per 7,7 miliardi, l’Irlanda per 7,8, l’Italia per 84,9 miliardi, il Lussemburgo per 1,3, Malta per 0,6 miliardi, l’Olanda per 30,7, il Portogallo per 19,8 miliardi, la Slovacchia per 2,7, la Slovenia per 2,3 e la Spagna per 55,7 miliardi. Mentre fuori dall’eurozona, la Bulgaria per 0,2 miliardi, la Repubblica Ceca per 0,3 miliardi, la Danimarca per 0,5, la Lituania per 0,1, l’Ungheria per 0,3, la Polonia per 0,4, la Romania per 0,3, la Svezia per 0,9 e il Regno Unito per 13,5 miliardi. Totale, 551,8 miliardi di euro.



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