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FINANZA/ Ecco perché i mercati hanno "bocciato" il voto greco

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E meno male che le elezioni in Grecia le hanno vinte i filo-europeisti di Nea Dimokratia! All’ora di pranzo, ieri, Milano perdeva il 2,70% e gli spread erano schizzati alle stelle, per quanto riguarda l’Italia un aumento di oltre 30 punti base dall’apertura, sui massimi: il decennale spagnolo pagava il 7,15% di rendimento, il nostro Btp il 6,10%. Insomma, sui mercati l’effetto greco è durato poco più di un sospiro.

Il perché è presto detto. Primo, lo stesso leader di Nea Dimokratia, Antonis Samaras, ha affermato che la necessità di un cambiamento della politica della troika è «lapalissiana», riferendosi all’esigenza di rinegoziare il memorandum. Insomma, tutta questa differenza rispetto a un’eventuale vittoria di Syriza, i mercati non l’hanno trovata. Secondo, forse travolto dall’euforia per il risultato uscito dalle urne, il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha voluto così blandire gli investitori internazionali: «Non ci possono essere modifiche sostanziali al memorandum imposto ad Atene dalla troika». Terzo, «No, non è possibile farlo, non è possibile»: con queste parole sempre Westerwelle ha respinto nuovamente l’ipotesi di emissione di eurobond per la messa in comune del debito europeo.

Scusate ma alla luce di tutto questo, perché i mercati avrebbero dovuto festeggiare? Tanto più che ieri proprio il teutonicissimo Der Spiegel riportava le parole di un funzionario dell’Ue, interpellato sotto garanzia di anonimato al G20: «Se la Germania non fa una mossa, l’Europa è morta». Quale mossa? Quella già bocciata senza appello da Westerwelle, ovviamente. Oltre a un cambio di statuto e funzione per la Bce, altrettanto avversato dalla Bundesbank, preoccupata per l’iperinflazione ma cieca nel non vedere che se l’eurozona va in malore, la perdita derivante dal programma Target2 toccherà quota 680 miliardi di euro. Non sono mai stato tenero con la Germania e credo voi lo sappiate, ma ora penso che Berlino stia veramente esagerando, non a caso si ritrova sempre più isolata: per ragioni di razionalità, prima ancora che politiche.

Qualche esempio?«Adesso questi cinque vogliono soldi da noi», questo il titolo scelto ieri dalla Bild e fra i “cinque” uomini citati in uno dei classici titoli forti della tedesca Bild, c’è anche Mario Monti, oltre a Mariano Rajoy, Barack Obama, Josè Manuel Barroso e Francois Hollande. Bild segnala poi che l’Italia è al 125/imo posto nell’elenco dei paesi del mondo, relativamente alla capacità di creare posti di lavoro, «una posizione prima della Grecia. Fino al 2014 l’Italia ha bisogno di 670 miliardi di nuovi crediti, per pagare i vecchi. Già ora deve pagare tassi come i paesi che hanno chiesto l’intervento del fondo salva-stati. Monti vuole gli eurobond - si legge ancora - altrimenti non può finanziare l’Italia». E il suo argomento è che «l’Italia è troppo grande per il fondo salva-stati: un fallimento del Paese porterebbe la distruzione dell’euro». Anche Rajoy, Barroso (che «vuole più potere per Bruxelles»), e Hollande (che invece «vuole tornare indietro sulle riforme»), vogliono gli eurobond, scrive Bild, mentre Obama, (che «ha paura delle elezioni»), «non capisce perché la Bce non stampa più euro per pagare i debiti. Negli Usa va così, nell’eurozona no». Insomma, un’intemerata in piena regola, non senza qualche ragione, per carità.



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