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FINANZA & POLITICA/ Penati e l’Azienda-Italia fra il Leone e il Gattopardo

In un suo recente articolo Alessandro Penati ha analizzato la situazione di Generali. Secondo ANTONIO FANNA, si tratta di una lettura valida anche per l’intero sistema-Paese italiano

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Non si può non concordare con Alessandro Penati quando - nella sua autorevole rubrica del sabato su Repubblica - teme che l’ennesimo brusco aggiustamento al vertice delle Generali somigli più al “falso movimento” del Gattopardo che allo scatto del Leone. L’economista della Cattolica - attento osservatore dei nessi tra grandi imprese e mercati - legge i sussulti della maggiore istituzione finanziaria italiana (la più storica delle “blue chip” di Piazza Affari) su un piano molteplice: nei giorni di una svolta più che traumatica di FonSai, il sistema-Paese sembra non poter contare neppure sul leader storico del settore assicurativo. E i motivi di preoccupazione sono da ricercare nei rapporti di “governance” tra azionisti e top management, dove al “colpevole” (l’Amministratore delegato rimosso Giovanni Perissinotto) non vanno necessariamente caricate tutte le “colpe” (in controluce, è chiaro che Penati scorge anche una crisi più ampia in cui le strutture di governo del Paese e gli “stakeholder” - imprese e organizzazioni sindacali - hanno cessato di operare in modo efficiente ed efficace).

Le Generali sono finite in una stasi progressiva in un decennio in cui gli scenari economico-finanziari sono diventati oltremodo severi: anche prima che deflagrasse la crisi bancaria globale. E se Penati non è affatto tenero con Perissinotto - che ha tardivamente tentato di addossare a Mediobanca un ruolo di tutela negativa del management - tuttavia non è vicino neppure a Leonardo Del Vecchio, l’imprenditore che - con le sue critiche aperte - era parso interpretare in modo più proprio la funzione di investitore attento a incalzare la dirigenza quando non riesce a esprimere tutto il valore presente nell’azienda.

Secondo Penati - che vanta una lunga esperienza nell’asset management istituzionale - il legame uterino tra la compagnia di Trieste e l’istituto di Piazzetta Cuccia non è neppure il problema prioritario. Se le Generali, nell’ultimo ventennio, hanno mediamente performato peggio del settore vi sono cause specifiche: un ritardo nell’affrontare tempestivamente un’era di “vacche magre” caratterizzata anzitutto da tassi a lungo termine incapaci di remunerare polizze, costi e capitale investito dagli azionisti. Per non parlare dell’immobiliare, “sgonfiato” senza pietà dallo scoppio delle bolle. Quindi - dice Penati, esperto scienziato della finanza di mercato -, alle Generali “occorre cambiare radicalmente le gestione degli investimenti e la capacità di assumere rischi”.