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VERTICE ROMA/ Campiglio: un "contentino" che lascia l’Europa nei guai

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La fascinosa (ai suoi bei giorni) Christine Lagarde spiega che l’eurozona è in uno stadio critico. Opinione del Fondo monetario internazionale. Il Commissario europeo Olli Rehn e il dimissionario presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Junker, concordano. Il nostro presidente del Consiglio, Mario Monti, spiega che nel summit (che non si sa perché tutti pronuncino “sammit”, essendo una parola latina) europeo del 28-29 giugno è in ballo l’Europa. Eppure a Roma si presentano in quattro, per un vertice e una conferenza stampa, che, con il passare dei minuti, mentre parla il francese Hollande, lo spagnolo Rajoy, la tedesca Merkel e il “padrone di casa” Monti, invertono il trend dei mercati, facendoli passare da territorio positivo a negativo. La forza dei quattro leader dei paesi più importanti economicamente nell’eurozona produce effetti sempre deprimenti. Eppure parlano di destinare 130 miliardi di euro alla crescita, Angela Merkel si produce in un “inno”: “Più Europa” e “Irreversibilità dell’euro”. Francois Hollande parla di “Eurobonds in prospettiva. Meno di dieci anni”. Che tempismo!

Peccato che ci siano proprio due punti, eurobonds e funzione del Fondo salva-Stati, che restano confusi e incomprensibili. C’è pure l’accordo, ipotetico, sulla Tobin Tax, quello che farebbe “scappare” finanziariamente gli inglesi nello Zimbawe, perché Londra si arricchisce con la finanza. Infatti, dalla “grande Germania”, il solito ministro Wolfgang Schauble, un autentico “doberman”, fa subito sapere: “L’accordo sulla Tobin Tax è dubbio”. C’è pure una dichiarazione grottesca di Angela Merkel: “La Tobin Tax dovrebbe essere applicata perché l’opinione pubblica ha la sensazione che la crisi sia scoppiata per colpa della finanza”. Ma no, non lo immaginava nessuno!

Il professor Luigi Campiglio, docente di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, ha pochi commenti da fare su un vertice “quadrilatero” come quello avvenuto a Roma, dove prevalgono accenti declamatori.

«Il vero problema è che lo spread è un indicatore economico, ma anche politico e non riescono a governarlo per i rapporti che esistono tra i paesi europei. Mi sembra anche un po’ declamatorio e quasi mi spaventa un poco la questione dell’1% del Pil europeo, i 130 miliardi per la crescita e lo sviluppo. La sostanza attuale è che un Paese si finanzia a costo zero e altri due con tassi altissimi».

 

Ma scusi, a suo parere, che scopo può avere avuto questo vertice romano?

 

Forse ci teneva il nostro primo ministro, magari avrà anche insistito e gli altri tre sono arrivati. Non è un fatto negativo pensando al peso che hanno alcuni segnali politici in termini di credibilità internazionale. Alla fine una sorta di “contentino” ci può anche stare.

 

Tuttavia i problemi sono ben diversi.

 

I problemi sono senz’altro differenti e sono ormai anche pesanti. Un altro anno con uno spread a questi livelli e alla fine, io, che sono un convinto europeista, ho paura di dover vedere qualche cosa che salta da sola, che si sgretola da sola. Il fatto che stupisce è che ci sono questi leader che rincorrono sempre fatti che sono già accaduti. La storia è cominciata con la Grecia e sta continuando. Sono sempre alla rincorsa del fatto compiuto. Solo che ormai questo “fatto compiuto” sta diventando una scala.

 

C’è stato di fatto anche un alleggerimento dei criteri sui cosiddetti collaterali per le banche da parte della Bce.



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