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SPENDING REVIEW/ Statali e sanità: i "conti" del Governo non tornano

La tanto sbandierata Spending Review del Governo promette di aggredire ampie fette di spesa pubblica. Ma come si traduce in pratica? Il commento di UGO ARRIGO

Enrico Bondi e Mario Monti (Foto: Infophoto) Enrico Bondi e Mario Monti (Foto: Infophoto)

È una nuova giornata di “dolore” in Borsa e in rapporto allo spread. Il rimbalzo di settimana scorsa si è naturalmente esaurito dopo la copertura dei trader sulla scommessa greca. Ora si riparte da capo, con il fiato sempre più grosso e alla vigilia di un summit europeo, su cui già ora si nutrono poche speranze. Il professor Ugo Arrigo, docente di Scienza delle Finanze all’Università Bicocca di Milano non lascia neppure terminare la domanda sulle attese di questo prossimo summit europeo: «Che cosa mi attendo? Un perfetto nulla di fatto. Con la Germania che manterrà le sue posizioni e gli altri Paesi che manterranno le loro. E in questo modo pensano di andare avanti». Professore si annunciano nel frattempo nuovi interventi sulla spesa pubblica, nell’ambito della spending review. Per fare alcune operazioni di risparmio sta intervenendo anche il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi. Si raccomanda ai dipendenti persino di non chiamare i telefoni cellulari e di usare poco quelli lavorativi, di avere una particolare attenzione ai condizionatori d’aria e quindi al riscaldamento invernale.

 

Cosa ne pensa?

 

Beh, in questo caso possiamo stare al fresco! Se si parte da questi tagli delle spese non ci sono parole di commento. I caloriferi sono già regolamentati e tarati per legge. Non so poi come un ramo dell’amministrazione statale possa fare contratti per i cellulari a consumo. Ma queste cose fanno solamente ridere. Il problema è sempre alla base: in un’impresa privata lei può risparmiare in base a un criterio gerarchico, ma questo tipo di operazione è impossibile nel settore pubblico, perché la spesa non è considerata uno spreco.

 

C’è poi la previsione di prepensionamento per i dipendenti pubblici che abbiano superato i 60 anni di età. In pratica, due anni di cassa integrazione con stipendio all’80% e poi il licenziamento o la pensione.

 

Che differenza fa nella spesa pubblica lo stipendio o la pensione per i dipendenti pubblici? Il problema invece che lavorino proprio non viene messo in discussione? E tutto questo dovrebbe avvenire dopo che è stata alzata l’età pensionabile per gli altri. Avviene mentre siamo ancora in ballo con il numero, che non torna, degli “esodati”. C’è da rimanere di stucco.

 

Si dice che nel mirino di Enrico Bondi, il “supertagliatore”, ci sia anche la sanità, per una cifra intorno ai 37 miliardi di euro. Tanto è vero che i sindacati hanno già annunciato che si metteranno sul “piede di guerra”.

 

Non si riesce ben a comprendere quali siano i tagli veri alla spesa pubblica e soprattutto la portata di questi tagli. Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha entusiasmato alcuni miei colleghi quando ha parlato di una spesa pubblica “aggredibile”. Ma l’aggettivo aggredibile non si traduce mai in deducibile. In fin dei conti, si può parlare anche di una spesa pubblica aggredibile per 300 miliardi, ma poi quanto di questa viene tagliata? L’1%, il 3%? Mi pare che l’unico settore in Italia che non si è ridotto è quello pubblico, quello della spesa pubblica.

 

Mentre al contrario sono stati colpiti duramente i redditi medi e medio bassi?