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VERTICE UE/ Un ospite "invisibile" al tavolo di Bruxelles

Pubblicazione:giovedì 28 giugno 2012 - Ultimo aggiornamento:giovedì 28 giugno 2012, 18.15

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Gli obiettivi dell’Italia sono ambiziosi, non impossibili. Può contare su un esplicito appoggio della Francia. Anche la Spagna, che ha chiesto formalmente aiuti all’Ue per circa 60 miliardi di dollari, è disponibile a fare fronte comune. E la Germania? Il Parlamento non ha ancora approvato né il fiscal compact, né il meccanismo di stabilità, mentre la Corte costituzionale di Karlsruhe rischia di gettare un macigno insormontabile se deciderà a favore del ricorso presentato dalla Linke, il partito della sinistra radicale.

Un sostegno fondamentale deve venire dalla Banca centrale europea. La possibilità di tagliare le unghie alla speculazione e tenere lo spread entro limiti prestabiliti dipende in ultima istanza da lei. Alla cena dell’Ue, dunque, bussa alla porta il convitato di pietra: Mario Draghi. Se il Consiglio europeo metterà in tavola una ricetta ben confezionata, avrà il viatico per agire. Se invece usciranno solo dichiarazione d’intenti, per quanto solenni, toccherà ugualmente a lui, e solo a lui, evitare il panico lunedì mattina.

Può farlo? E come? Ha un potere ampio, ma è riluttante ad usarlo, secondo l’Economist. È diventato troppo potente, sostengono al contrario i tedeschi che puntano il dito su un bilancio gonfio di 500 miliardi, buona parte in titoli, una vera bomba a tempo. Anche la Banca dei regolamenti internazionali nel suo ultimo rapporto avverte che le banche centrali hanno in pancia una quantità di moneta pari al 30% del prodotto lordo mondiale. Quanto possono spingersi ancora più in là nel salvataggio del sistema economico? Fino a che punto possono fare supplenza? La parola deve tornare ai politici, dicono i banchieri centrali. Un rimpallo che non promette nulla di buono.

È vero che le riforme per uscire dalla crisi toccano ai governi. Sono scelte profonde dalle forti implicazioni per la sovranità dei popoli e i diversi ceti sociali, tuttavia il deleveraging, cioè il processo di digestione dei debiti, privati e pubblici, è un processo lungo e va accompagnato dal ruolo attivo delle banche centrali se non si vuole che precipiti nell’effetto domino descritto da Irving Fisher, il primo ad aver analizzato nel 1933 una crisi da debito che finisce in depressione mondiale.


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