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VERTICE UE/ Un ospite "invisibile" al tavolo di Bruxelles

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Angela Merkel che respinge quasi con disprezzo gli eurobond (“Mai finché vivo”) è la stessa Angela Merkel che con François Hollande parla di “rafforzare l’Europa, unione profonda, aiuto reciproco”?. “La vera Kanzlerin la vedrete oggi e domani, tutto il resto è pretattica”, spiegano fonti diplomatiche di Berlino. Sarà. Ma già l’idea di dire e smentire (una tecnica alla quale la politica italiana ci ha infaustamente abituato) non promette bene alla vigilia di un summit che dovrebbe salvare l’euro e rilanciare l’Unione. Grandi aspettative. A differenza dal romanzo di Charles Dickens, è del tutto improbabile che si trasformino nel quieto ritrovare il tempo perduto. La guerra di mercato non lascia spazi per la nostalgia. Non aspettiamoci la pallottola d’argento che risolve lo scontro una volta per tutte.

Le proposte sul tappeto o sono troppo ambiziose, come l’unione politica, o troppo generiche, come l’unione fiscale, oppure dividono, come l’unione bancaria che la Francia vuole e la Germania no, entrambe per rispondere agli interessi divergenti delle loro élite economiche. La bussola per capire se esiste la volontà politica di rafforzare l’unione monetaria è quel meccanismo chiamato scudo anti-spread. Se uscirà una decisione chiara in questo senso, allora davvero il Consiglio europeo potrà definirsi un successo nel cammino, ancora lungo e accidentato, per uscire dalla crisi del debito.

L’Italia si presenta con alcune importanti carte. Per esempio, la riforma del mercato del lavoro approvata pur con i mal di pancia della destra, le divisioni a sinistra e i limiti prodotti da sei mesi di tira e molla. La Confindustria di Giorgio Squinzi ha interpretato un ruolo scarsamente comprensibile. Il pPesidente che aveva giudicato non importante la revisione dell’articolo 18 e in questo si era distinto dal suo avversario, ha dato poi l’impressione di giocare al rilancio, chiedendo più di quel che il governo Monti poteva dare (e che per la verità il governo Berlusconi non è riuscito a dare). Senza valorizzare a sufficienza la caduta di un tabù trentennale.

Il Presidente del consiglio ha dalla sua anche una reputazione europea che resta alta, nonostante il logorarsi del consenso in patria e le critiche rivolte da giornali finora amichevoli e comprensivi come il Financial Times e il Wall Street Journal. In più, può contare su un buon sostegno degli Stati Uniti. Il governo mette sul tavolo un’idea interessante, cioè usare il meccanismo di stabilità per comprare i titoli dei paesi in difficoltà, ma virtuosi perché hanno seguito le politiche di austerità raccomandate dalla Germania e dalla Banca centrale europea. Inoltre, si batterà per la golden rule, ovvero la possibilità di togliere dal calcolo del deficit pubblico alcuni investimenti infrastrutturali, un piano per la crescita, i project bond, cioè titoli emessi per finanziare progetti specifici.



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