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FINANZA/ Germania, ecco i "guai" che ridanno speranza all’Europa (e all'Italia)

Pubblicazione:martedì 5 giugno 2012

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

Un’iniezione di “buonismo” tedesco, in apparente contraddizione con l’inflessibilità dimostrata finora da Angela Merkel e dalla Bundesbank, può poi trovare spiegazione negli enormi crediti che la banca centrale di Francoforte ha accumulato nei confronti dell’eurozona: circa mille miliardi, a un passo dal tetto previsto dal Target 2. Le cose non vanno meglio se si valutano i crediti dei privati. Non esiste esportatore tedesco che non vanti grossi crediti verso altri paesi dell’eurozona, a partire dal Sud Europa: il collasso bancario spagnolo, in particolare, potrebbe creare grossi problemi alle banche tedesche, assai esposte tra l’altro nel mattone di Madrid e dintorni.

Insomma, anche dalle parti di Berlino si comincia a capire quel che John Maynard Keynes, in difesa della Germania sconfitta, aveva invano tentato di spiegare alle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale: il debito non è il segnale di una punizione divina, semmai il frutto di un’attività congiunta di creditori e debitori che assieme devono intervenire per colmare i “buchi”.

Per necessità, più che per volontà, concludono gli ottimisti, Berlino deve voltar pagina. Con cinque anni di ritardo. Il peccato originale, infatti, risale ai tempi del tracollo di Lehman Brothers, quando la Grecia sembrava ancora un’isola felice o quasi. Fu allora che la Germania disse no a un’iniziativa congiunta dell’Europa per fronteggiare la crisi legata al default della banca americana. Ogni Stato, sillabò in videoconferenza la Merkel, deve fare da solo. Fu un grosso errore, il primo segnale alla speculazione che si poteva andare all’assalto dell’eurozona a partire dai partner più deboli.

Questa politica suicida, che ha consentito guadagni favolosi alla finanza ombra che dispone di cds con cui manovra gli spread senza nemmeno muovere cifre sensazionali, ha portato l’Europa a un punto di quasi non ritorno. Sotto lo stress crescente i politici del Vecchio Continente hanno dato spesso pessima prova di sé: ultimo caso l’ostinazione spagnola a negare fino all’ultimo l’evidenza della crisi bancaria per non dover ricorrere all’aiuto dell’Ue vissuto come un cedimento alla Germania.

Oggi, forse, si volta pagina. C’è ancora tempo, purché i governi (e l’opinione pubblica) di tutta Europa sappiano fare un passo indietro. Tocca ai tedeschi, ma non solo. Tocca ai politici, ma non solo. Tutto sommato, pur con tutta l’ostilità che circonda l“impero tedesco”, come non ha esitato a definirlo George Soros, non sarebbe poi così male se il Vecchio Continente imitasse certi costumi teutonici, come dimostra lo stato dell’arte del football, al solito metafora efficace dello stato delle nazioni: l’Italia percorsa periodicamente da scandali e governata da dirigenti mediocri e imbelli; la Spagna che ha costruito, accanto a musei scintillanti (vedi la città della scienza di Valencia) due “invincibili armate”, Real Madrid e Barcellona a suon di debiti senza copertura; il Regno Unito, terreno di caccia e di shopping di autocrati russi e di emiri mediorientali che fanno rotta anche verso Parigi. Poi c’è la Germania, competitiva ma con bilanci solidi. Un esempio da meditare in vista dei veri campionati d’Europa, quelli che a fine giugno dovranno stabilire se è possibile sperare in un futuro condiviso e pacifico tra i popoli del Vecchio Continente.



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