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Economia e Finanza

FINANZA/ Germania, ecco i "guai" che ridanno speranza all’Europa (e all'Italia)

L’Europa sembra vicina a voltar pagina, a partire dall’atteggiamento della Germania, che forse sta capendo le conseguenze dell’atteggiamento finora tenuto. L’analisi di UGO BERTONE

Angela Merkel (Infophoto)Angela Merkel (Infophoto)

A giudicare dall’andamento dei listini si può dire che ieri, a meno di due settimane dalle elezioni in Grecia e a soli sette giorni dal verdetto del Fondo monetario internazionale sullo stato delle banche spagnole, i mercati hanno provato a essere ottimisti. La tenuta delle Borse e quella, non meno significativa, dell’euro (oggetto nelle ultime settimane di forti vendite da parte delle banche centrali dei Paesi emergenti), dimostrano infatti che: a) si spera che ad Atene, così come è successo a Dublino, prevalga la ragione; b) che l’intenso lavorio ufficiale e ufficioso dei maggiorenti d’Europa (e non solo) produca risultati concreti da sottoporre all’esame del vertice europeo del 28 giugno.

C’è da sposare l’ottimismo della ragione? A giudicare dai precedenti, dicono i pessimisti, non è il caso di nutrire grosse speranze. Certo, non è da escludere una dichiarazione di principi piuttosto che un accordo più concreto e impegnativo, che preveda un’unione bancaria con garanzie comuni sui depositi. La Germania, secondo le voci sempre più dettagliate in arrivo dalle capitali europee, potrebbe aprire a questa soluzione, a patto che si adottino strumenti che accelerino l’integrazione politica ed economica, come condizione per adottare strumenti comuni, non solo in materia di banche. Fra le ipotesi circolate c’è quella di creare un’autorità centrale europea per la gestione delle finanze e maggiori poteri per la Commissione, il Parlamento e la Corte di giustizia europea. 

Belle cose, sostengono gli scettici, ma al solito il diavolo si nasconde nei dettagli. Il rischio è di dar vita a un programma ambizioso, destinato però ad arenarsi al momento di fissare le regole o di superare gli ostacoli in seno ai vari Parlamenti nazionali. Davvero si può pensare che a pochi mesi dall’avvio della campagna elettorale tedesca Angela Merkel voglia dare una svolta alla sua politica?

La risposta, replicano i pessimisti, sta nell’andamento della Borsa di Francoforte, la peggiore dell’eurozona nelle ultime sedute. A dimostrazione che qualcosa si è inceppato nei meccanismi di gioco della panzer nazione d’Europa.

Innanzitutto, il rallentamento della locomotiva cinese pone grossi problemi alla formidabile macchina produttiva d’oltre Reno. Prendiamo l’esempio della Volkswagen. Il colosso dell’industria a quattro ruote, lanciato alla conquista del primato assoluto mondiale, ormai controlla un quarto del mercato europeo, così come un quarto del mercato cinese. Ma con una differenza: in Cina la redditività è molto elevata (almeno il 7%); in Europa, secondo le accuse di Peugeot, il gruppo di Wolfsburg pratica una politica dei prezzi molto aggressiva, al limite del dumping erodendo spazi ad altri competitor che non solo non dispongono di questa carta, ma devono giocare con un forte handicap legato alla turbolenza della finanza che avvantaggia il sistema tedesco rispetto a chi, per esempio, deve farsi finanziare in Italia, a tassi ben più elevati. La frenata della domanda cinese rischia di mettere in crisi questo circolo virtuoso (per loro). Anche perché il malessere dei clienti dell’eurozona minaccia di tornare indietro come un boomerang assai pericoloso nei quartieri generali dell’industria e della finanza teutonica.