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GEOFINANZA/ I numeri che mandano a picco la Cina

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A complicare la situazione sono arrivate quelle materie prime di cui il Dragone sembrava avere un appetito insaziabile. Secondo il Financial Times, da lunedì 21 maggio un’onda di default ha investito le consegne di materie prime in Cina. Citando dati di due grandi commodity house (che hanno preferito restare anonime), il quotidiano della city rivela che un numero crescente di acquirenti cinesi non riesce a onorare gli ordini di materie prime concordati con settimane di anticipo. Carbone e acciaio sono le materie più colpite, con un crollo dei prezzi mondiali rispettivamente del 5% e del 9%.

Tra gli analisti, c’è chi parla ormai apertamente di recessione. Tra questi, Charles Biderman di TrimTabs che senza mezzi termini dichiara: “La prossima crisi arriverà dalla Cina”. Altri analisti si spingono fino a dubitare delle statistiche ufficiali e sottolineano l’incoerenza tra i dati (ancora positivi) del Pil cinese e altri numeri più difficilmente manipolabili. Oltre ai crediti in sofferenza e ai default sulle consegne di materie prime, altri segnali di crisi arrivano dal crollo nel consumo di elettricità e dai volumi di merci trasportati su gomma e rotaia, entrambi in discesa libera.

La risposta di Pechino non si è fatta attendere. Mercoledì 23 maggio il Consiglio di Stato ha annunciato un piano di crescita in tre punti che deve aver fatto impallidire gli economisti di fede rigorista schierati da Berlino a Francoforte e Bruxelles. Primo punto: taglio delle tasse alle imprese. Secondo punto: progetti infrastrutturali da finanziare attraverso emissione di nuovo debito pubblico. Stando ai primi annunci, le obbligazioni saranno finalizzate a investimenti in ferrovie, strade e centrali energetiche con un’attenzione particolare alle aree rurali. L’offerta circolare non è ancora pubblica, ma si ha l’impressione che sostituendo la faccia di Mao con quella dell’onorevole Tremonti, i titoli sembrerebbero dei veri e propri eurobond.

Il terzo punto è forse quello più emblematico. Il governo di Pechino ha inserito nel piano di crescita rigide norme in materia di edilizia e compravendite immobiliari. Le motivazioni ufficiali citano il rischio di cementificazione e puntano il dito contro fantomatici speculatori immobiliari, nel tentativo malcelato di indicare un capro espiatorio all’esorbitante bolla che piaga il mercato del mattone cinese. Più realisticamente, il comitato centrale punta a evitare l’implosione del prezzo degli immobili riducendo al lumicino le transazioni.

Ancora una volta, la speranza è di risolvere un problema negandone l’esistenza per decreto legge. Ma per scendere dalla tigre, non basterà un piano quinquennale.



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